19.4.10

Banksters, un po` di fumo negli occhi

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Anche nella patria dei banksters qualcosa si muove.
La Goldman & Sachs, la potente banca d’affari protagonista di scempii sociali e finanziari e della bancarotta delle produzioni nazionali di mezzo mondo, è sotto accusa negli Stati Uniti per frode. Le sue azioni colano a picco perché la Sec, l’organo di controllo federale sulle borse Usa, ha accusato la Goldman di aver creato e venduto prodotti finanziari “collaterali” - detti “cdo” - fasulli e di più che dubbio rendimento agganciati a quei mutui subprime che nell’autunno 2008 hanno travoltoi e devastato le economie anglo-americane trascinando a ruota nel disastro mezzo Occidente.
Siamo tuttavia certi che dopo l’attuale clamore di “propaganda” farà seguito la consueta doccia fredda del prevedibile “nulla di fatto” e cioè del salvataggio della banca dei banksters (non a caso le famiglie Goldman-Sachs e Schapiro - Mary Schapiro è l’attuale governatrice della Sec, nominata qualche mese fa da Obama - sono strettamente collegate).
Tuttavia, a esclusivo beneficio dei nostri lettori, vogliamo ricordare qui brevemente, a futura memoria, tre o quattro eventi e alcuni protagonisti delle performances della Goldman & Sachs.
1869. Fondata da Marcus Goldman. 27 anni dopo, associato il genero Samuel Sachs viene quotata al New York Stock Exchange.
1929. La G%S è già una delle quattro cinque istituzioni finanziarie che governano Wall Street. Rischia il fallimento per aver piazzato “fondi di investimento” privi di rendita. L’anno dopo il socio partener Sydney Weinberg ristruttura l’istituto di lucro che indirizza le sue attenzioni alle aziende e ai servizi. Inventa obbligazioni (prestiti a usura) che intervengono, per fare profitti, sui bilanci e sulle casse dei Comuni Usa. La nuova “guida” degli anni ‘50, Gus Levy, crea il marchingegno della compravendita “serrata” di azioni diretta a rastrellare il risparmio di piccoli investitori priuvati. Negli anni ‘80 diventa la principale “consulente” per “aiutare” i processi di privatizzazioni delle aziende pubbliche nel mondo.
1992. “Gita” nel Britannia, il panfilo della Regina, al largo di Civitavecchia. Assieme all’anfitrione governatore d’Inghilterra e al proprio “agente” Georges Soros, ospiti gli Andreatta, i Draghi e gli altri nomi eccellenti della nascente “seconda repubblica italiana”, pianifica un mega-profitto sulla speculazione sulla lira, che verrà svalutata - misteriosamente troppo tardi - da Ciampi, e uscirà dallo Sme. Quindi avviene il sacco più totale delle grandi aziende strategiche italiane, dalle tlc ai trasporti, all’energia, tutte svendute e privatizzate al peggior offerente. Operazione che verrà pianificata anche in altre nazioni del mondo, in Europa (contro la sterlina) e nell’Asia del sud est (Soros verrà condannato a morte in Malesia per tali operazioni).
Qualche altro nome noto, della sua organizzazione.
Naturalmente Mario Draghi, l’attuale governatore di Bankitalia, vicepresidente di G&S; Romano Prodi, “consulente”; Mario Monti (già commissario Ue); Massimo Tononi (sottosegretario del governo Prodi); Gianni Letta (sottosegretario del governo di Berlusconi. E poi un elenco senza fine di governanti Usa: da Robert Rubin a Henry Paulson, daRobert Zoellich e William Dudley (Fed) e così via.
Ora i suoi titoli stanno andano a picco.
Peccato che, passata la tempesta, verrà salvata.

di Ugo Gaudenzi

16.4.10

COMPETITIVAMENTE AL COLLASSO

Economia A CURA DEL CLUB ORLOV

Ci stiamo confrontando con un periodo di collasso economico, politico e sociale. Ogni giorno che passa ci avvicina sempre di più a questo collasso e non sappiamo nemmeno come fermarci, vero? Ma, quale parte della frase “più duramente ci si prova, più duramente si cade” non capiamo? Perché non siamo in grado di capire che ogni dollaro in più di debito ci porta sempre più velocemente, più duramente e più profondamente verso la bancarotta? Perché non riusciamo ad afferrare il concetto che ogni dollaro investito in spese militari mina la nostra sicurezza? Esiste per caso qualche sorta di debolezza mentale che ci impedisce di capire che ogni dollaro che finisce nell’industria medica ci rende solo più malati? Perché non riusciamo a vedere che ogni figlio messo al mondo in questa situazione insostenibile renderà solo la vita più difficile a tutti i bambini? In breve, quale diavolo è il nostro problema?

Perché non ci fermiamo? Possiamo dare la colpa all’evoluzione, che ha prodotto in noi degli istinti che ci obbligano ad ingozzarci quando il cibo è abbondante, a costruirci riserve di grasso per i periodi di magra. Questi istinti non ci sono utili quando ci si trova in uno di quei buffet sempre aperti.

Questi istinti non sono nemmeno del tutto nostri: anche altri animali non sanno quando fermarsi. Le farfalle banchettano con la frutta fermentata fino a quando non sono troppo ubriache per volare. I maiali continuano a mangiare ghiande fino a quando non sono troppo grassi per stare in piedi e sono costretti a carponare sulla pancia per, ovviamente, riuscire a mangiare altre ghiande. Gli americani che sono troppo grassi per camminare sono considerati come dei disabili e il governo li ha dotati di scooter motorizzati affinché non provino l’umiliazione di carponare sulle loro pance fino ad un buffet all-you-can-eat. Un progresso considerevole.

Oppure diamo colpa alla nostra educazione che mette il ragionamento matematico in cima al senso comune. La matematica fa uso dell’induzione – cioè l’idea che se uno più uno fa due quindi due più uno deve fare tre e così via fino all’infinito. Nel mondo reale, contando le ghiande, una ghianda più una ghianda non è lo stesso di un milione di ghiande più una – non se ci sono scoiattoli che ci girano attorno, soprattutto una volta scoperto che siete stati voi i primi a rubare le loro ghiande. Un milione di ghiande è semplicemente una quantità impossibile da portarsi via e voi siete concentrati invece a trovare il modo per aggiungerne ancora una alla pila mentre state combattendo contro gli scoiattoli facendo venir voglia ai bambini di iniziare a deridervi con nomi stupidi. La pila di ghiande cresce, ancora più di quanto previsto ma in questo modo non state facendo altro che commettere un errore sempre più grande dimostrando che 1.000.000 + 1 è effettivamente 1.000.001 - ∂, dove ∂ è il numero di ghiande di cui avete perso le tracce, chissà dove. Una volta che ∂ > 0, voi avete in realtà messo da parte qualcosa che è in diminuzione e una volta che ∂ > 1 avrete un vero e proprio risparmio negativo. Nella realtà dei fatti, per quanto pensiate possa questo essere un grande numero, nella realtà, si rivelerà sempre più piccolo. Come risultato può non essere soddisfacente e non ci sono teorie a supporto di questa tesi ma, in compenso, è qualcosa che si può osservare ovunque. Il fatto è che non siamo in grado di spiegare tutto ciò che succede usando solo il nostro cervellino da primate ma questo non rende i fenomeni meno reali.

Il concetto di risparmio decrescente è abbastanza semplice da comprendere e da osservare, eppure è notoriamente difficile da percepire dalle persone che stanno cercando di ottenerlo. Il punto centrale del risparmio decrescente effettivamente è difficile da individuare perché ci siamo allontanati talmente tanto da quel punto da non essere in grado di riconoscere niente. Se voi ora beveste un drink sapreste dirmi quando sarete al punto di ottenere un risparmio decrescente? Un altro drink vi renderebbe più felici e socievoli o non farebbe poi molta differenza? Oppure vi causerà un imbarazzante dopo-sbronza? O ancora, vi farà arrivare al pronto soccorso perché avete respirato il vostro vomito? Come regola generale, più di quanto possiate pensare, tutto dipende dalla difficoltà per voi di tracciare delle sottili distinzioni tra tutte queste cose. Questa regola non è legata solo al bere ma si può applicare a quasi tutti i comportamenti legati alla produzione di euforia o alla semplice soddisfazione dei bisogni. La maggior parte di noi è in grado di fermarsi prima di bere troppa acqua o mangiare troppo porridge o di accatastare troppe balle di fieno. Invece tendiamo a commettere degli errori con l’autocontrollo quando si parla di cose particolarmente piacevoli o che causano assuefazione come droghe, tabacco, alcol e cibi particolarmente gustosi. In più tendiamo a perdere completamente l’autocontrollo quando quest’iniezione di euforia riguarda aspetti sociali quasi intangibili come l’ingordigia, la ricerca di uno status, il potere e così via.

Questo è il meglio che siamo in grado di fare? Assolutamente no! La cultura umana è piena di esempi in cui le persone decidono di opporsi con successo a queste tendenze primitive. Gli antichi greci fecero della moderazione una virtù: il tempo di Apollo a Delfi porta l’iscrizione “Niente in eccesso”; la tradizione taoista si basa sull’idea di equilibrio tra lo ying e lo yang, forze apparentemente in contrasto ma che in realtà lavorano insieme per mantenere questo equilibrio. Anche nella moderna cultura dell'ingegneria esiste il motto “Il meglio è nemico del bene” (Voltaire) sebbene, sfortunatamente, gli ingegneri abbastanza bravi da rispettare questo motto siano una rarità. A livello microscopico il business che li circonda li forza perennemente ad ottenere il massimo (inteso come massima crescita, reddito e profitto) o un minimo poco intelligente (di costi, di ciclo di produzione e di manutenzione); sono costretti a fare questo a causa dell’influenza di un pernicioso concetto che si è insinuato in loro e in molti altri aspetti della cultura: il concetto di competizione.

Il concetto di competizione sembra essere stato il primo ad elevarsi allo status di culto al tempo dei giochi intesi come forma di sacrificio agli dei, in culture molto differenti come quella dell’antica Grecia o dei Maya, in cui gli eventi competitivi erano concepiti come mezzo per compiacere gli dei. Io preferisco decisamente la versione olimpica, in cui il principio ispiratore del gioco era l’ideale di perfezione umana sia nella forma che nella funzione, rispetto a quella dei Maya, in cui risultato dei giochi era il modo per decidere chi sarebbe stato sacrificato sull’altare di qualche particolare archetipo culturale, ma essendo abbastanza di mentalità aperta sono in grado di accettare anche questo principio come valido. È stato Aristotele a sottolineare che l’inseguimento del principio primo non è un’area in cui la moderazione non può essere d’aiuto, e chi sono io per contraddire Aristotele? Ma quando ci si sposta dal difendere un ideale o un principio alla vita mondana, pratica e utilitaristica, è l’idea stessa della competizione che dovrebbe essere vista come un’offerta buona, calda e gustosa sacrificata sull’altare del nostro buon senso.

Se il fine è conseguire un successo adeguato con uno sforzo minimo, perché due persone dovrebbero competere per uno stesso lavoro? E se esiste abbastanza lavoro per tutti e due perché questi non dovrebbero collaborare invece di sprecare energie nella competizione? Beh, forse ad entrambi è stato fatto il lavaggio del cervello che li ha portati a pensare di dover competere per avere successo, ma non è questo il punto. Il punto è che c’è una grande differenza tra il competere per rispondere ad un principio come quello della perfezione divina e il competere per il mero denaro. Non c’è niente di divino in una montagna di soldi e, proprio come per una montagna di ghiande, gli scoiattoli attratti saranno molti; infatti chi si trova seduto su una qualche pila di ghiande spesso sembra egli stesso uno scoiattolo. Mischiando un po’ di metafore si può dire che sembri una gallina che sta arrostendo sulla sua pila di ghiande non aspettando altro che quella si trasformi in più ghiande ancora; ma sia che siano scoiattoli o galline certamente non si tratta di divinità e le loro ghiande non valgono certo il nostro sacrificio.

Una volta dispensata l’idea che la competizione è qualcosa di necessario, o addirittura auspicabile, si aprono nuove scuole di pensiero. Quando si può dire di possedere abbastanza? Probabilmente è molto meno di quanto possediamo in questo momento. Quanto duramente bisogna lavorare per riuscire ad ottenere questo risultato? Probabilmente molto più duramente di quanto stiamo lavorando adesso. Cosa succede se non sentiamo di possedere abbastanza? Beh, probabilmente sarebbe il caso di metterci un po’ più di impegno, oppure forse è arrivato il momento di prendersi qualche ghianda da chi continua ad averne troppe. Dato che possedere troppo è un lavoraccio (maledetti scoiattoli!) noi dobbiamo prestare loro il nostro aiuto. Di certo non a diventare come loro, dato che noi sappiamo che quelle persone si stanno dirigendo verso un pittoresco, esclusivo, piccolo posto chiamato collasso. Quello che probabilmente potremmo fare è invece stabilire una specie di bilancia, in cui abbastanza è effettivamente abbastanza.

Titolo originale: "Collapse Competitively"

15.4.10

Le prossime guerre europee del debito


Il debito governativo in Grecia è solamente la prima di una serie di bombe del debito europeo pronte ad esplodere. I mutui immobiliari nelle economie post-sovietiche e in Islanda sono ancor più esplosivi. Anche se questi paesi non si trovano nell’Eurozona, la maggior parte dei loro debiti è espressa in euro. All’incirca l’87% dei debiti della Lettonia è in euro o in altre valute straniere, e il paese è indebitato principalmente con banche svedesi, mentre Ungheria e Romania sono indebitate in euro soprattutto con banche austriache. Quindi i prestiti contratti dai membri non appartenenti all’euro sono serviti a sostenere i tassi di cambio per pagare questi debiti del settore privato alle banche straniere, non a finanziare i disavanzi di bilancio interni come in Grecia.



Tutti questi debiti sono insostenibilmente elevati perché la maggior parte di questi paesi sta avendo dei profondi disavanzi di bilancio e sta sprofondando nella depressione. Ora che i prezzi reali dell’immobiliare stanno diminuendo, i disavanzi commerciali non sono più finanziati da un flusso interno di prestiti sui mutui immobiliari e da acquisizioni immobiliari in valuta straniera. Non c’è alcun modo tangibile per stabilizzare le valute (ad esempio, economie in buona salute). Nell’ultimo anno questi paesi hanno sostenuto i loro tassi di cambio prendendo a prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. I termini di questi prestiti sono politicamente insostenibili: forti tagli ai bilanci del settore pubblico, aliquote fiscali più alte per i lavoratori già tassati in modo eccessivo e piani di austerità che mandano a picco le economie e obbligano altri lavoratori ad emigrare.

I banchieri in Svezia, Austria, Germania e in Gran Bretagna scopriranno che l’estensione del credito a nazioni che non possono (o non potranno) pagare potrebbe essere un problema loro, e non dei loro debitori. Nessuno vuole accettare il fatto che i debiti che non possono essere pagati non verranno comunque pagati. Qualcuno si deve accollare i costi perché i debiti diventano insolventi o vengono svalutati, per essere pagati in valute fortemente svalutate, ma molti esperti legali trovano inapplicabili gli accordi sui debiti che debbano venire restituiti in euro. Ogni nazione sovrana ha il diritto di legiferare i propri termini sul debito e i prossimi riallineamenti valutari e le svalutazioni dei debiti saranno molto più che semplici “tosate”.

Non c’è alcun motivo per una svalutazione, a meno che ci si trovi in “eccesso” – vale a dire, quanto basta per cambiare veramente i modelli commerciali e i modelli di produzione. Fu questa la ragione per la quale Franklin Roosevelt svalutò il dollaro americano del 75% nei confronti dell’oro nel 1933, aumentandone il prezzo ufficiale da 20 a 35 dollari l’oncia. E per evitare di far aumentare in modo proporzionale il peso del debito degli Stati Uniti, Roosevelt annullò la “clausola aurifera” indicizzando il pagamento dei prestiti bancari al prezzo dell’oro. Questo è il terreno in cui si svolgerà oggi la battaglia politica – sul pagamento del debito in valute che sono svalutate.

Un altro effetto collaterale della Grande Depressione negli Stati Uniti e in Canada fu di esonerare i debitori di mutui immobiliari dalla responsabilità personale, rendendo possible la ripresa dalla bancarotta. Le banche pignoratrici possono entrare in possesso di immobiliari collaterali ma non possono avanzare alcuna ulteriore rivendicazione sui mutui. Questa pratica – fondata sulla Common Law – mostra come il Nordamerica si è liberato dal retaggio del potere del creditore in stile feudale e dalla pena della reclusione per i debitori che avevano reso così severe le precedenti leggi europee sul debito.

La domanda è: chi si accollerà le perdite? Mantenere i debiti espressi in euro porterebbe alla rovina la maggior parte delle attività locali e del mercato immobiliare. Al contrario, riesprimere questi debiti in valuta locale svalutata spazzerebbe via il capitale di molte banche con sede in Europa. Ma queste banche sono straniere, dopotutto – e alla fine, i governi devono rappresentato il proprio elettorato interno. Le banche straniere non votano.

I titolari stranieri di dollari hanno perso i 29/30 del valore in oro del loro patrimonio da quando gli Stati Uniti hanno cessato, nel 1971, di esprimere in oro i disavanzi della bilancia dei pagamenti. Ora essi ricevono meno di un trentesimo di questo valore poiché il prezzo è salito a 1.100 dollari l’oncia. Se il mondo riesce ad adattarsi, perché non dovrebbe adattarsi facilmente all’imminente svalutazione del debito europeo? Ma c’è una crescente accettazione del fatto che le economie post-sovietiche erano strutturate fin dall’inizio per favorire gli interessi stranieri e non le economie locali. Ad esempio, la manodopera lettone è tassata per oltre il 50% (lavoratori, datore di lavoro e tassa sociale) – così elevata da renderla non competitiva mentre le tasse sulla proprietà sono meno dell’1% rendendole un incentivo verso la speculazione più dilagante. Questo filosofia fiscale distorta ha reso le “tigri baltiche” e l’Europa centrale dei mercati di prestito primari per le banche svedesi e austriache, ma i loro lavoratori non riuscivano a trovare un impiego ben pagato in patria. Nessuno di questi aspetti (o le loro pessime leggi di protezione dei luoghi di lavoro) si trova nelle economie di Europa Occidentale, Nordamerica e Asia.

Sembra illogico e irrealistico attendersi che ampi settori della popolazione della Nuova Europa possano essere rese oggetto di trattenute sui salari per tutto il tempo della loro vita, riducendole ad un’esistenza di schiavitù dal debito. I rapporti futuri tra la Vecchia e la Nuova Europa dipenderanno dalla volontà dell’Eurozona di riprogettare le economie post-sovietiche su linee maggiormente solvibili – con un credito più produttivo e un sistema fiscale meno orientato a chi vive di rendita che favorisca l’occupazione piuttosto che l’inflazione sul prezzo dei beni, che porta solamente ad un’emigrazione dei lavoratori. Oltre al riallineamento della valuta per affrontare il debito insostenibile, la linea indicata per questi paesi è un imponente spostamento fiscale dalla manodopera alla terra, rendendoli più simili all’Europa occidentale. Non c’è altra alternativa. Altrimenti l’atavico conflitto di interessi tra creditori e debitori minaccia di separare l’Europa in due fronti politici contrapposti, con l’Islanda che fa da prova generale.

Finché questo problema del debito non verrà risolto – e l’unico modo per risolverlo è quello di negoziare una svalutazione del debito – l’espansione europea (l’assorbimento della Nuova Europa nella Vecchia Europa) sembra conclusa. Ma la transizione verso questa soluzione futura non sarà semplice. Gli interessi finanziari esercitano ancora un potere dominante sull’UE, e resisteranno all’inevitabile. Gordon Brown ha mostrato la sua vera natura nelle sue minacce contro l’Islanda secondo cui utilizzerebbe in modo illegale e scorretto il FMI come un addetto al recupero crediti per i debiti che l’Islanda legalmente non deve restituire, e per bocciare l’adesione islandese all’UE.

Messo di fronte alle prepotenze di Brown – e di quelle dei leccapiedi olandesi – il 97% degli elettori islandesi si è opposto all’accordo sul debito che Gran Bretagna e Olanda avevano cercato di far ingoiare ai membri del parlamento islandese il mese scorso. Un simile plebiscito non si vedeva dai tempi del periodo staliniano.

Questo è solamente un assaggio. La sceltà che l’Europa andrà a fare probabilmente porterà milioni di persone nelle strade. Muteranno le alleanze politiche ed economiche, si sbricioleranno le valute, cadranno i governi. L’Unione Europea e, sicuramente, anche il sistema finanziario internazionale cambieranno in strutture che ancora non abbiamo visto, specialmente se le nazioni adotteranno il modello dell’Argentina e si rifiuteranno di pagare se non verranno elargiti sconti generosi.

Il pagamento in euro – per i flussi immobiliari ed i redditi personali in equity negativo, dove i debiti superano il valore attuale dei flussi di reddito disponibili per pagare mutui o, anche, debiti personali – è impossibile per le nazioni che sperano di mantenere un briciolo di società civile. I “piani di austerità” in stile FMI e UE rappresentano in gergo asettico e tecnocratico la riduzione dell’aspettativa di vita e il micidiale sventramento dei redditi, dei servizi sociali, delle spese sanitarie negli ospedali, dell’istruzione e di altri bisogni primari, e la svendita delle infrastrutture pubbliche ad acquirenti che trasformano le nazioni in “economie a pedaggio” in cui ognuno è obbligato a pagare una quota d’ingresso per strade, istruzione, assistenza sanitaria e altri costi per vivere e avere attività commerciali che da tempo sono sovvenzionate dalla tassazione progressiva in Nordamerica e in Europa occidentale.

Le linee di battaglia sono state tracciate in merito a come debbano essere ripagati i debiti del settore privato e del settore pubblico. Per le nazioni che esitano a pagare in euro, le nazioni creditrici hanno sempre pronto in attesa il loro “protettore”: le agenzie di rating. Al primo segnale di una nazione che tentenna a pagare in valuta forte, o addirittura al primo dubbio sollevato sulla correttezza di un debito verso l’estero, le agenzie si muoveranno per ridurre la valutazione del credito di una nazione. Questo farà aumentare il costo dei prestiti e minaccerà di paralizzare l’economia che avrà un bisogno estremo di credito.

L’ultimo colpo in ordine di tempo è stato sparato il 6 aprile quando Moody’s ha declassato il debito dell’Islanda da stabile a negativo. “Moody’s ha ammesso che l’Islanda potrebbe ancora ricevere un trattamento migliore con un rinnovo dei negoziati ma ha detto che l’attuale incertezza stava danneggiando le prospettive economiche e finanziarie a breve termine del paese.” [1]

La battaglia è in corso. Dovrebbe essere un decennio interessante.

Michael Hudson

Graecia capta. I banksters sogghignano

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Les jeux sont fait. Et rien ne va plus.
Domenica la Grecia malata ha assistito, smarrita, al consulto terapeutico dei suoi medici d’ufficio.
Attorno al suo capezzale i giocatori d’azzardo di Bruxelles, Londra e New York stilavano la loro diagnosi e prescrivevano le loro medicine lanciandole come fiches su un tappeto verde da roulette. Una tragica roulette.
Per Atene, e soprattutto per il popolo greco, la posta in gioco è ora ancor più drammatica.
Gli “Stati fratelli” della cosiddetta “Unione” europea hanno puntato sulla crisi greca dai 30 ai 40 miliardi di euro in prestiti al 5 per cento di interesse annuo. La centrale dell’usura internazionale, il Fmi, ha promesso altri 15 miliardi di euro. (Il rifinanziamento del debito (composto da interessi che la Grecia deve pagare alle banche d’affari private che a loro volta controllano il Fmi e il sistema delle Banche centrali europee) è un reato – quanto mai disapplicato - che per il codice italiano passa con il nome di anatocismo. Gli interessi sugli interessi sono usura. E l’usura è (sarebbe, cioè) un reato… Ma la cosa evidentemente non turba né gli Stati “fratelli”, né i banksters).
Per tutta la giornata di ieri, così, la pallina d’acciaio greca ha continuato la sua corsa sulle borse-roulettes di Wall Street, di Londra, di Parigi, di Francoforte, di Milano, delle piazze asiatiche, Tokyo, Hong Kong, Shangai, e di Sydney. Il risultato, scontato, un qualche interesse ad investire sul debito ellenico, da parte dei privati, ma non troppo. La speculazione “bassa” non vuole turbare le grandi manovre d’altura.
Tanto per “compiacere” la manovra, lo stesso euro ha guadagnato “qualcosina”, qualche punto millesimale, rispetto al dollaro . D’altra parte, perché prosegua, l’attacco speculativo ai “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) deve essere condotto con diplomazia. Prima un tassello, poi l’altro. Senza produrre allarmismi che turberebbero il buon esito del sacco finanziario dei Paesi del Mediterraneo. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro (circa il 5 per cento) è una quota ritenuta “ragionevole”, almeno per il momento.
Per adesso, insomma, è la Grecia la nave-Stato da affondare. La Moody’s ha già provveduto a mantenere alta la febbre interna al “Paese malato”: declassando cinque maggiori banche elleniche, ha già fatto salire i tassi dei titoli finanziari al 7,6 per cento. Il governo di Atene viene messo così all’angolino: obtorto collo dovrà accettare i “più bassi” tassi usurai proposti da Ue e Fmi. E lo strangolamento diverrà perpetuo. La Grecia sarà costretta a pagare alle istituzioni finanziarie interessi su interessi per sempre. Comincerà oggi con il lancio di obbligazioni per i primi 1,2 miliardi di euro.
E a Bruxelles, alla City e a New York, tutti sorridono soddisfatti. Tutti i loro analisti prevedono che la Grecia, pur di non calarsi in uno stato di “umiliazione nazionale” - dopo aver tentato invano di contrarre un prestito nazionale interno - metterà tutto il suo collo nel cappio perché non sarà in grado né di autofinanziarsi a breve, né di abbattere poi il costo degli interessi nel lungo termine.
Intanto le quotazioni del greggio continuano ad impennarsi: in fondo abbattendo l’euro le multinazionali che lucrano con il dollaro hanno tutto da guadagnare. Capitalcomunisti cinesi inclusi.

di Ugo Gaudenzi

14.4.10

Emergency e l'Italia dei clan

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Leggendo l’intervista rilasciata ieri a La Stampa dall’onorevole La Russa verrebbe da chiedersi con il poeta: che anno è, che giorno è? Il ministro della Difesa rispolvera gli interminabili Anni Settanta per informarci che anche Gino Strada potrebbe aver allevato nel suo seno degli infiltrati «come accadde al Pci con le Br e al Msi coi Nar», trattando Emergency alla stregua di un partito, diviso in frange più o meno estremiste. Non vi è dubbio che le responsabilità dei tre italiani fermati in Afghanistan andranno accertate e nel caso punite, ma è inaccettabile la tentazione di trattare questa vicenda come se fosse una questione di politica interna. Nel compilare il proprio autoelogio, il ministro ricorda i tanti «esponenti di sinistra che abbiamo salvato negli scenari di guerra». E non allude a un parlamentare del Pd strappato ai talebani o a un banchiere delle cooperative rosse preso in ostaggio dai pashtun. Intende riferirsi a giornalisti, medici, pacifisti: tutta gente che nelle zone di guerra ci va per vocazione o per mestiere, certo non per conto di uno schieramento politico. Solo da noi un cittadino all’estero viene considerato dal suo governo un «esponente» di destra o di sinistra, invece che semplicemente un connazionale da tutelare.

Pensate al presidente americano più ideologico degli ultimi tempi, il repubblicano Bush. Bene, nemmeno lui si è mai vantato di aver salvato dei democratici, ma sempre e soltanto degli americani. Da dove nasce questo bisogno tutto italiano di catalogare le persone in base alle appartenenze ideologiche? Destri-sinistri, rossi-neri, guelfi-ghibellini. Il nostro eterno bipolarismo da bar sport, incomprensibile al di là di Chiasso. Incomprensibile e drammaticamente provinciale. Sintomo di un Paese appeso al suo stesso ombelico, che osserva il mondo dal pertugio dei propri interessi di bottega e riduce i drammi planetari alle dimensioni del cortile di casa.

Se il riferimento continuo agli anni di piombo testimonia l’immaturità di una classe dirigente che non riesce a scrostarsi di dosso i fantasmi giovanili, l’atteggiamento che La Russa e in parte Frattini hanno tenuto nei confronti della vicenda di Emergency testimonia ancora una volta l’assenza di uno spirito nazionale autentico e condiviso. Di fronte a una crisi, la reazione istintiva è stata di schierarsi dalla parte delle proprie alleanze (il governo afghano) e non dei propri connazionali. Anche la sinistra, sia chiaro, tende a comportarsi alla stessa maniera. Ricordiamo ancora i commenti salaci con cui fu accolto in certi ambienti il sacrificio di Quattrocchi - il «body guard» rapito e ucciso in Iraq - considerato un fascista e un mercenario immeritevole di pubblici onori. A sei anni dalla morte, oggi Quattrocchi sarà commemorato nella sua Genova, ma il Comune guidato dal Pd ha preteso di far pagare l’affitto della sala.

Mai come in questo campo c’è una sintonia assoluta fra la Casta e il Paese reale. Tranne un mese ogni quattro anni, durante i campionati del mondo di calcio (e a patto che si vincano), l’italiano non si sente membro di una Nazione, ma di un clan: familiare, affettivo, politico. Però vale qui lo stesso discorso fatto a proposito della corruzione: dai politici ci aspetteremmo che dessero il buon esempio, non che esaltassero con la forza del loro ruolo la «mala educación» generale.

di Massimo Gramellini

13.4.10

IL SENSO DELLA CRISI GRECA



In queste ultime settimane si sono dette molte cose sulla crisi greca, dalle più disgustose [1] alle più confuse. Il risultato è una serie di argomenti buoni per ogni occasione. I media si sono fatti eco della versione ufficiale, riassumibile in cinque punti:

1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile",

2) come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti,

3) l'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela,

4) la Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico,

5) per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.

È opportuno decodificare il messaggio, destinato in effetti a tutti i paesi nordeuropei



1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile"

È vero, ed è una prova che lo Stato è pervaso dalla corruzione e dall'abitudine ai piccoli arrangiamenti tra amici. Sembra accertato che, grazie a complessi meccanismi finanziari (swap e cambi) e a un prestito mascherato, la banca statunitense Goldman Sachs abbia permesso al governo greco di ridurre fittiziamente di oltre 2 miliardi di euro il proprio debito pubblico [2] e di entrare così nella zona euro.

Ed è chiaro che i governi al potere dopo il 2001 hanno chiuso gli occhi su questa falsificazione dei conti. Ma la Grecia non è sola, e altri paesi della zona euro hanno spregiudicatamente manipolato i conti. Nel 1966 l'Italia ha ridotto artificialmente il suo deficit grazie a swap con la banca J.P.Morgan, e in seguito Berlusconi ha ceduto a una società finanziari i diritti di entrata ai musei nazionali in cambio di 10 miliardi di euro, rimborsando 1,5 miliardi all'anno per 10 anni. Dal suo canto, nel 2000 la Francia ha lanciato vari prestiti, inserendo in bilancio il rimborso degl'interessi alla fine dei 14 anni di durata. Nel 2004, Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno realizzato per conto della Germania un montaggio finanziario (Aries Vermoegensverwaltungs), grazie al quale il paese ha raccolto prestiti a un tasso nettamente superiore a quelli di mercato evitando di far apparire il debito nei conti pubblici [3].

Relativizzare il "pozzo senza fine" della Grecia

La Grecia avrebbe in effetti un deficit del 12,7% e non del 6%, come aveva annunciato il precedente governo, e un debito pubblico pari al 115%. Se facciamo il confronto con altri paesi non è il caso di strapparsi i capelli. Nel 1993 il costo del debito rappresentava il 14% del PIL, oggigiorno solo il 6%! I conti dello stato greco sono ben lungi dall'equilibrio, ma sono meno degradati rispetto ad altri paesi nordeuropei. (Tabella 1 )

Commissione europea, Eurostat e agenzie di rating non possono dare lezioni alla Grecia!

Già nel 2001 la Commissione europea non poteva ignorare la scarsa affidabilità dei conti presentati dalla Grecia; sarebbe bastato gettare uno sguardo ai conti delle amministrazioni centrali del paese per conoscere con buona approssimazione il deficit permanente dello stato, osservare il moltiplicarsi degli acquisti di armi e il costo dei Giochi olimpici 2004 e confrontarne il costo alle disponibilità di bilancio e alle riserve della banca centrale greca per capire che il debito ufficiale (manipolato per poter entrare nella zona euro) non era certo quello dichiarato. La Commissione non poteva ignorare la situazione reale, ma in effetti non voleva denunciarla; per motivi politici e geostrategici aveva bisogno d'integrare il paese nella zona euro. Nel 2001, i più accesi sostenitori della Grecia sono stati la Francia (secondo fornitore di armi in ordine d'importanza) e la Germania; le banche dei due paesi possiedono oggi l'80% del debito ellenico.

Nemmeno Eurostat ha il diritto di dare lezioni!

Secondo Bloomberg, Eurostat era perfettamente al corrente dell'operazione. In nome di regole contabili molto "comode, l'istituto statistico dell'UE non tiene conto nel calcolo del debito pubblico i miliardi di euro offerti alle banche senza garanzie, nel quadro dei piani di salvataggio (decisione SEC del giugno 2009), e le sottoscrizioni lanciate dagli stati ("grandi prestiti" francesi, prestiti greci e portoghesi).
Ma i contribuenti (quelli che non possono profittare delle riduzioni fiscali accordate alle classi ricche) saranno obbligati a coprire, in un modo o nell'altro, le somme erogate.

Fino a che punto fidarsi delle agenzie di rating?

C'è poco da fidarsi di istituzioni che davano il massimo punteggio a Lehman Brothers tre giorni prima che fallisse e una triplice A ai subprime! Eppure queste agenzie "cosi preveggenti" fanno il bello e il cattivo tempo nei mercati finanziari, anche in quelli non regolamentati (gli OTC, Over The Counter: ad esempio i mercati dei CDS, i Credits Default Swaps) e sono strettamente legate alle banche anglosassoni (in particolare Goldman Sachs e Citibank).

Le agenzie non usano sfere di cristallo ma dati forniti da chi emette il prestito analizzato o da chi lo distribuisce sui mercati. Nel caso di cui ci occupiamo, hanno abbassato la notazione dei prestiti dello stato greco solo dopo che il nuovo governo aveva loro fornito dati aggiornati.

2) Come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti

Il messaggio ha soprattutto uno scopo: far aumentare i tassi d'interesse (premio di rischio), e dunque i profitti, dei prestatori (tra cui Goldman Sachs e gli hedge fund). Il prestito greco è stato così negoziato a 6,40%, il doppio di quello che un prestatore avrebbe potuto sperare. E si noti che al momento dell'asta le richieste sono state il triplo di quanto previsto inizialmente [4] . Una bella smentita per un paese considerato "sul punto di sospendere i pagamenti". L'ideologia dominante tende a confrontare la situazione del bilancio statale con quello di una famiglia o di un'azienda, il che non ha alcun senso. uno stato, a differenza di una famiglia o di un'azienda, può sempre aumentare le entrate grazie a nuove tasse. Si tratta di una differenza fondamentale che rende assurdo un paragone del genere. Lo stato americano esiste da 221 anni, e sta aumentando il suo debito dal 1837, cioè da 173 anni di seguito [5].

Il secondo obiettivo del ragionamento è quello di preparare l'opinione pubblica ad accettare una cura a base di regressione sociale e austerità. Il governo ellenico ha efficaci strumenti per procedere a una radicale riforma della fiscalità, abolire i regali fiscali e sociali fatti alle classi ricche e alle società, imporre tasse sui capitali e i redditi; in poche parole, per aumentare le sue entrate e ripianare il deficit di bilancio. Si tratta di una scelta squisitamente politica che il PASOK (il partito socialista locale) preferisce non fare perché è fondamentalmente d'accordo con i principi del neoliberalismo: il mondo greco è e deve restare un'economia di mercato neoliberale! Le politiche pubbliche adottate da oramai molti anni dai successivi governi ellenici hanno aumentato il deficit pubblico e la massa del debito pubblico. L'ingresso nella zona euro (2001) non ha fatto che ampliare il fenomeno (cfr. tabelle 2, 3 e 4 ).

3) L'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela

La Banca centrale europea (BCE) non ha il diritto di concedere prestiti agli Stati membri!
Nel 2008/2009, la Banca centrale europea ha concesso prestiti massicci alle banche private per salvarle dal fallimento, ma non è autorizzata a intervenire a favore dei poteri pubblici degli Stati membri. È il colmo!
L'articolo 123 del Trattato di Lisbona interdice alla BCE e alle banche centrali degli Stati membri la concessione "di scoperti di conto o di altre facilitazioni creditizie a ...amministrazioni statali, altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri così come l'acquisto diretto di titoli di debito... ".
Dunque, nessuna acquisizione "diretta" (non aiuti di stato) , ma prestiti preferenziali alle banche, che concedono in garanzia... titoli obbligazionari degli Stati (tra cui la Grecia).
Che bel meccanismo ipocrita, quello previsto dal Trattato di Lisbona!

Nemmeno la Banca europea per gl'investimenti, il cui comportamento immorale verso i paesi in via di sviluppo è ben noto [6], può finanziare il deficit greco. In teoria è così, ma in realtà finanzia investimenti molto discutibili che approfondiscono il deficit e aumentano il debito pubblico, come ad esempio i Giochi olimpici 2004, il cui costo totale è ancora ignoto (lo si stima tra i 20 e i 30 miliardi di euro).

4) La Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico

Ecco dove vogliono arrivare i responsabili del capitalismo economico e finanziario! Prendendo come scusa un debito pubblico considerato "insostenibile", il governo impone alla popolazione, in nome del risanamento finanziario, una cura di austerità senza precedenti: niente misure di rilancio, congelamento dei salari dei funzionari nel 2010, riduzione del 10% dei premi e del 30% delle ore supplementari nella funzione pubblica, del 10% delle spese pubbliche (tra l'altro 100 milioni di euro per l'insegnamento), riduzione delle spese sanitarie, prolungamento di 2 anni dell'età di pensionamento che arriva così a 63 anni), blocco delle assunzioni, riduzione dei CTD nella funzione pubblica, aumento delle tasse sui carburanti, il tabacco e i gsm, aumento di 2 punti dell'IVA...
E l'UE chiede di più, ed esige riforme strutturali che toccano l'insieme delle amministrazioni, la liberalizzazione del mercato interno, la flessibilità lavorativa, la riforma radicale delle pensioni e del sistema sanitario...
Per dirla tutta, secondo le previsioni della Deutsche Bank il popolo greco deve attendersi a beve termine un tasso di disoccupazione di almeno il 15% e una riduzione del PIL del 7,5%.

Eppure esistono alternative di bilancio interne!

Il risparmio che si spera di ottenere con il piano d'austerità ammonta a circa 5 miliardi di euro. Ma esistono varie alternative! Ad esempio, con 9.642 miliardi di dollari (nel 2006) [7] la percentuale del PIL destinata alle spese militari è la più alta tra i paesi dell'UE. Nel 2008 il paese era al primo posto in Europa, con il 2,8% del PIL destinato all'acquisto di armi (e la cifra non include tutte le spese militari [8]); si tratta di un peso considerevole per il bilancio statale che va ad esclusivo vantaggio delle industrie belliche statunitensi ed europee. Inoltre la flotta commerciale greca, al primo posto al mondo con oltre 4000 navi, sottrae ogni anno allo stato circa 6 miliardi d'euro in IVA, grazie a una serie di vantaggiosi meccanismi finanziari.
La maggioranza delle grandi società ha trasferito gli attivi in società off-shore cipriote (dove il tasso d'imposizione fiscale è del 10%). La chiesa greco ortodossa è esentata dal pagamento delle imposte, anche se è tra i maggiori proprietari immobiliari del paese.
Le banche hanno ricevuto 28 miliardi di euro di fondi pubblici nel quadro del piano di salvataggio, senza alcuna contropartita, e adesso speculano impunemente contro il debito pubblico.
Esistono dunque i mezzi per agire in modo diverso, mezzi che richiederebbero una riforma totale del sistema fiscale; il governo PASOK, al servizio dei capitalisti, ha però scelto di lasciare le cose come sono e far pagare ai poveri per restare nella zona euro, peraltro fonte di deregolamentazione e perdita di sovranità nazionale, in nome della "concorrenza libera e non falsata".

5) Per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.

In tutti i paesi sviluppati governo e media ripetono lo stesso messaggio: in Portogallo, dove il governo ha lanciato un vasto programma di privatizzazione dei servizi pubblici, in Spagna, invischiata nella crisi immobiliare e con un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%, in Irlanda, il cui deficit di bilancio si avvicina a quello greco, in Italia, che un debito pubblico pari al 127% del PIL vanta il primato in Europa, o ancora nel Regno Unito, il cui deficit supera oramai il 14,5%.

E anche gli altri paesi devono aspettarsi di subire la stessa sorte. I progetti di riforma dei regimi pensionistici, dei sistemi sanitari e dei regimi di protezione sociale sono già all'opera un poco dappertutto.

Una cosa è sicura: i fondi pubblici, che le grandi banche hanno ottenuto a tassi esigui dalla Banca centrale europea, non andranno alle famiglie o alle imprese; nel 2009, i crediti sono crollati dappertutto in Europa. I soldi vanno e continueranno ad andare alla speculazione del "rischio sovrano", il debito pubblico. Oggi la Grecia; domani il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda; dopodomani il Belgio e la Francia... La zona euro è a pezzi e mostra il suo vero volto: un sistema costruito per le economie più ricche a spesa di quelle più povere.

Conclusioni provvisorie e sei proposte

L’Unione europea ha fallito sul piano politico: con una moneta comune ma una concorrenza fiscale e sociale tra gli Stati membri, con un mercato comune senza meccanismi di trasferimento delle risorse dai ricchi verso i poveri, con un dogma neoliberalista che schiaccia i popoli, è incapace di dare una risposta alla crisi che imperversa.
La gente comincia invece a organizzare una risposta e si mobilita. I due massicci scioperi generali e ravvicinati in Grecia, le manifestazioni oceaniche nella maggior parte delle grandi città, il rifiuto (al 93%) degl'islandesi di pagare i debiti privati previsti dalla legge Icesave [9], le impressionanti manifestazioni in Portogallo, e quelle del 23 marzo in Francia che marcano l'inizio di un 3° giro sociale: l'opposizione alza la testa in Europa e diffonde il rifiuto dei salariati, dei pensionati e dei poveri di pagare il conto della crisi. Quel che manca, oltre al superamento della compartimentazione delle manifestazioni, è una proposta che leghi la risposta sociale e quelle politica. I movimenti sociali hanno bisogno di proporre elementi di programma alternativi per rispondere alla crisi del sistema, difendendo e allargando i diritti collettivi contro la logica della valorizzazione del capitale.
Il punto centrale sottolineato da queste "crisi-pretesto" sul debito pubblico al Nord concerne una diversa ripartizione delle ricchezze, e a tal fine bisogno agire su due fronti: aumentare i salari con prelievi sui dividendi e operare una riforma fiscale di grande portata.
Un aumento dei salari ridurrebbe l'indebitamento delle famiglie e aprirebbe nuovi sbocchi alla produzione di beni e servizi.
Bisogna anche ridurre radicalmente i tempi di lavoro a parità di salario, e procedere a reclutamenti supplementari. In tal modo si rimedierebbe al problema della disoccupazione, a quello del finanziamento dell'assistenza sociale e alla scarsità di attività ludiche per chi lavora.
Una riforma fiscale armonizzata a livello europeo permetterebbe di annullare i numerosi rifugi fiscali, ristabilire una fiscalità progressiva per tutti i redditi (imposte sui redditi e sulle società), di ridurre o sopprimere le imposte indirette, che colpiscono soprattutto i più poveri (IVA e tasse sui prodotti petroliferi), di creare un'imposta eccezionale sui redditi finanziari e sui patrimoni dei creditori, senza dimenticare la tassazione degli altri redditi da capitale e immobiliari.
Una politica di bilancio sana dovrebbe anche annullare le numerose esenzioni al pagamento degli oneri sociali concesse alle aziende e aumentare i contributi dei datori di lavoro, garantendo in questo modo lo sviluppo della protezione sociale per tutti e un corretto livello delle pensioni.
Per finire, il sistema finanziario ha ben dimostrato la sua nocività sociale. Bisogna espropriare le banche e gli altri organismi finanziari, trasferirli nell'area pubblica e farle controllare dai cittadini, procedendo anche a un audit del debito pubblico per valutarne la legittimità (cosa è stato finanziato?).
Cominciamo un dibattito sulle proposte per stabilire una lista di rivendicazioni.

Pascal Franchet

8.4.10

La vera anomalia



1. Tutti quelli che mi leggono sanno come la penso sulla sedicente seconda Repubblica, mai nata; sul suo atto di fondazione ufficiale, quelle sporche “Mani pulite” cui diedero impulso i nostri parassitari gruppi industriali privati, complici e succubi della ben nota “manina d’oltreoceano” di geronimiana memoria. Tutti sanno pure che prima ci fu la riunione sul panfilo “Britannia”, divenuto più che altro simbolo delle decisioni prese in merito allo smantellamento della nostra industria (e finanza) pubblica. Si sa ormai anche del “granellino nell’ingranaggio” rappresentato dalla discesa (obbligata) di Berlusconi in campo, che approfittò di una “piccola” dimenticanza degli organizzatori del mascherato colpo di Stato: non si era tenuto conto dell’elettorato Dc e Psi (e altri minori), che mai avrebbe votato uno schieramento politico, il cui nucleo era costituito dai rinnegati del “comunismo” (quello che preferisco definire piciismo), con attorno gli scampoli peggiori e più deteriori dei vecchi partiti governativi; uno schieramento che sembrava nell’insieme ricordare la struttura politica delle ormai dissoltesi “democrazie popolari” dell’est, dove un partito comunista si attorniava di partitini che non contavano un bel nulla.
Fu così facile ad un Berlusconi, filoatlantico e dunque filoamericano, giocare (e tuttora il gioco continua) sulla presunta continuità comunista degli ex piciisti (ormai pidiessini e poi via via tanti altri nomi), mentre in realtà questi ultimi, rinnegando tutto il passato e ormai privi di storia, di radici e di valori, erano dei puri sicari prezzolati del peggiore dei capitalismi italiani e internazionali. Dall’altra parte, non si trovò di meglio che definire lo schieramento berlusconiano una riedizione del fascismo. Da 16 anni abbiamo un fascismo sempre montante, una libertà sempre conculcata, mentre forsennati indecenti berciano e urlano portando l’infezione in ogni ambito della società, ormai anarcoide e bisognosa veramente che finalmente si dia un colpo definitivo, non fascista ma certo d’ordine, a questi mostruosi spezzoni di uno schieramento, che non avendo assolto bene il loro ruolo di scherani filoamericani, si stanno spappolando in mille miasmi velenosi e cancerogeni.
Così da quasi un ventennio, nel mentre “fini” politologi (vecchi e dementi) cianciano di una mai esistita seconda Repubblica (adesso parlano perfino di una Terza), abbiamo un “comunismo” e un “fascismo” puramente virtuali che ancora si battono come 70 anni fa. E, ancor peggio vanno le cose, quando poi ci s’inventa che esiste la sinistra contro la destra. Alla fine si scopre che il partito più vecchio fra quelli esistenti è la Lega. Tutto il resto è soltanto un paio di branchi, che uniscono vecchi residuati a torme nuove; il tutto senza, lo ripeto, un passato, delle tradizioni, un sistema di valori, un minimo di capacità di dare coerenza a un variegato crepitare di scemenze senza capo né coda, che di politico non hanno proprio nulla. Tutti urlano, strepitano, si fingono condottieri di ingenti masse, e poi si dividono fra loro, intriganti, invidiosi, biliosi, scassinatori di coscienze, del resto anch’esse non più tali, ma solo scatole riempite di meschini calcoli, che da Roma si diramano fino all’Italia comunale e anzi rionale.
La “destra” (il “fascismo” sempre montante come una panna che non riesce) ha bene o male trovato un capo che, per motivi misteriosi, è “carismatico”. Se manca lui, è il caos più totale. La “sinistra” (il “comunismo”, sempre vivo come lo sono quelli del Convento dei Cappuccini a Palermo) è ormai fuori di senno; dal tempo del rinnegamento non riesce a trovare un capo che sia un capo, malgrado si agitino e strillino ex magistrati e questurini (e agenti dei servizi segreti) e qualche guitto da avanspettacolo.
Comunque, come detto altre volte, si deve sempre tenere ben fermo dov’è la causa e dov’è l’effetto; qual è l’azione e quale la reazione. L’azione è stata quella della “manina d’oltreoceano” con la nostra “buona” Confindustria (guidata da quell’Agnelli che disse: i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra) quale sua succube e complice. Fu facile approfittare del crollo del “socialismo reale”, del buon training al trasferimento di campo portato avanti per tanti anni dall’eurocomunismo alla Berlinguer, unitosi all’antifascismo “laico” erede dei voltagabbana del 1943. Bastò mettersi d’accordo con il Pci, che già nell’89 dichiarò il proposito di abiurare il comunismo, e il gioco fu fatto: una bella accolita di sicari fedeli perché sempre ricattabili. Una spruzzata di cattolici e “laici antifascisti” (già da tempo guidati da chi aveva messo in piedi “Repubblica”) e l’accozzaglia denominata “sinistra” fu pronta a mettersi in moto. E questa sinistra fu per di più progressista, avanzata sul piano del permissivismo più bieco, del tutto è consentito, del relativismo più assoluto, del moralismo intransigente per gli altri e dell’indulgenza per se stessi; insomma del cosiddetto politicamente corretto, la più grande perversione dell’intelletto umano mai inventata.
La reazione è stata quella degli altri, di coloro che hanno giocato alla difesa della famiglia, della patria (minuscolo per non offendere quelli che comunque hanno creduto nella Patria, anche se il sottoscritto non ci crede), dei valori della tradizione, un po’ sbrecciati invero da troppi affarismi e flussi di denaro, ecc. Comunque, questa è stata una reazione, sbagliata, a mio avviso “malata”, ma una reazione all’aggressione del virus infettivo proveniente dall’altra parte. In ogni caso, un inganno dietro l’altro, un pasticcio dietro l’altro, una confusione immane.

2. Si ferma qui la completa illusione ottica in cui siamo immersi da quasi vent’anni? Nemmeno per sogno. Ve n’è un’altra ancora più divertente (si fa per dire). Abbiamo un Premier in pieno conflitto di interessi, così si sostiene. Abbiamo un Premier che è anche imprenditore e farebbe le leggi ad hoc per la sua impresa, così si urla. Qui raggiungiamo l’apice del comico. La risposta più semplicistica potrebbe essere: non abbiamo subito per mezzo secolo e più leggi fatte per favorire la Fiat, il cui proprietario restava imprenditore e non Premier e nemmeno ministro? E non abbiamo, in Italia non più che nel paese principe del capitalismo e della “democrazia” (Usa), fior di Governi che si scervellano per non danneggiare, anzi favorire, le banche, pur tuonando contro la finanza divoratrice e causa della recente crisi? E si potrebbe continuare, ma non andremmo al cuore del problema.
Non soltanto il marxismo, accusato di mettere al centro il fattore economico, ma anche e ancor più le teorie dei dominanti, hanno sempre avuto come sottofondo, come leitmotiv, la predominanza degli interessi economici sulle scelte politiche. La crisi ultima è stata enfatizzata come principale pericolo per il sistema della “civiltà occidentale” e, in particolare, per il suo predominante paese, gli Stati Uniti, di cui molti vedevano lo sprofondamento persino nei confronti della tapina Europa Unita. Adesso, i dementi marxisti, che sono però pochini, sono rimasti senza “crollo del capitalismo”. I più, fra i critici, che seguono le teorie economiche e finanziarie dominanti, insistono che lo sprofondamento ci sarà, che “lutti e dolori” sono in agguato; la finanza è sempre sulla cresta dell’onda, quale Regina (e strega) cattiva di “Biancaneve”, e farà infine mangiare la mela avvelenata alla povera verginella: l’economia sana dei sani produttori.
Nessuno è in grado di dire se siamo proprio ormai fuori della crisi, se ci sarà qualche ritorno di fiamma, se ancora si dovrà “soffrire” per risalire la china; né sappiamo quale tipo di risalita ci aspetta. Intanto, però, si capisce che la nazione più “in sofferenza” è l’Italia; guarda caso, è il paese in preda alle convulsioni pseudopolitiche appena sopra sinteticamente elencate. Gli Usa, e non per merito di aver scelto un nero alla presidenza, dimostrano di avere maggiori capacità reattive dell’Europa. Che cos’è, un caso, una sorta di evento erratico? Per nulla affatto. E’ solo la banalità degli economi(ci)sti: marxisti (degenerati in fedeli di una religione) o di altre scuole più accreditate nelle “alte Accademie” del sapere “occidentale”. In realtà, al primo posto non sta l’economia bensì la politica, il conflitto multipolare riapertosi, lo scontro tra diverse politiche delle “sfere di influenza” elaborate dai vari centri strategici dei dominanti in conflitto.
Un conflitto sempre mascherato, soprattutto all’inizio di un’epoca del genere, da diplomazie, da accordi, da firme di trattati (l’ultimo è il nuovo trattato sulle armi nucleari). La politica si pone in primo piano. Gli Stati nazionali “tornano”; nel senso che erano spariti solo nelle teste di “grandi” pensatori economici o politici, perfino di alcuni “terribili ultrarivoluzionari”, storditi dal solo presunto predominio delle multinazionali (anzi ormai transnazionali sempre per queste teste che in realtà non pensano). Siccome non erano mai spariti, ma semplicemente surclassati per un decennio o poco più da uno solo di essi, gli Stati sono tranquillamente di nuovo in vista. L’economia (e la finanza in particolare) sono strumento di questo conflitto tra strategie dei vari gruppi dominanti e delle diverse potenze. Come per qualsiasi strumento, possono verificarsi cattivi usi, usi smodati, l’apparenza che lo strumento ormai vada per conto suo in mani poco capaci o molto rapaci; ma se poi si guarda ex post, per un periodo di media lunghezza, riappare in tutta la sua evidenza che il conflitto tra strategie politiche è quello decisivo e risolutivo.
Il problema non è quindi quello di un imprenditore che fa politica, che cadrebbe nel conflitto di interessi. Queste sono le idiozie di coloro che non vedono una vera grande anomalia italiana, che è però in gran parte anche europea; è l’anomalia di tutti i paesi che restano subordinati alla predominanza di una potenza nell’epoca delle lotta multipolare tra potenze. L’anomalia è costituita dal fatto che l’intero ceto detto politico è subordinato alla sfera economica, la politica è prona di fronte all’imprenditoria; e magari, in particolare, a quella finanziaria. Questo è quanto avvenne – situazione paradigmatica – nella Repubblica di Weimar, dove la finanza era succube di quella americana, ma in quanto quest’ultima era a sua volta intermediaria della predominanza dei centri strategici statunitensi sulla Germania sconfitta, che ebbe ancora un sussulto (nazista, questa è la storia, piaccia o non piaccia) per spazzare via la sua subordinazione e rimettersi in conflitto per la supremazia mondiale, restando poi ancora sconfitta in guerra, dopo la quale, nel campo capitalistico, gli Usa assunsero la posizione centrale e preminente.
L’anomalia grave italiana non è in Berlusconi, è nel fatto che due branchi pseudopolitici – senza storia, né tradizioni, né radici, ecc., tutte cose già dette – sono puri sicari della sfera economica (e finanziaria), che è tramite per il nostro asservimento rispetto ai centri finanziari statunitensi (o quelli che si fingono internazionali, ivi compresi gli europei, ma sono sempre dominati dagli Usa); i quali, a loro volta, sono strumento dei centri strategici di quel paese, che si sta attrezzando al conflitto multipolare con le potenze in crescita “ad est”. Anche gli altri paesi europei stanno di fatto nella stessa situazione di servilismo verso gli Stati Uniti; l’unica differenza è che lì vi sono forze politiche che, in qualche modo, hanno una storia e delle tradizioni, ecc. Per cui la subordinazione di quei paesi è più “ordinata”, passa per canali che appaiono politici. In Italia, la subordinazione è accompagnata dalla più totale disorganizzazione, anarchia, urla e strepiti, mazzette intascate e puttane che influenzano indirizzi pseudopolitici; ecc. La differenza non è però enorme.
Nemmeno si tratta di vera anomalia storica, se si pensa appunto al paradigma costituito da Weimar. Si tratta solo di capire meglio come si costituisce la rete di subordinazione in una situazione di incipiente multipolarismo come quella attuale, e di capire la particolarità italiana; la più deteriore certo in Europa, ma non a causa di Berlusconi, bensì per come si è configurata quell’azione/reazione di cui si è parlato alla fine del primo paragrafo. Questo dobbiamo capire e qui si vedrà chi ha più filo da tessere per forgiare le categorie adeguate ad afferrare la situazione. Certamente non saranno le melmose e sbrecciate categorie del fascismo e dell’antifascismo, del comunismo e dell’anticomunismo, in una parola della destra e della sinistra. Qui sta l’inganno, qui sta la vergogna di un ceto intellettuale (per quattro quinti di “sinistra”) che bercia e inonda di ciarpame i media e l’editoria, ben protetto e pagato dal peggiore capitalismo di ogni epoca storica. Contro tutto questo dobbiamo muoverci, altro che contro l’anomalia berlusconiana, foglia di fico che copre le vergogne immonde di una classe dirigente e di un ceto intellettuale ignobili e fonte di infezione. Disinfettiamo il nostro paese!
di Gianfranco La Grassa