7.7.10

Tassa su tassa. E’ l’Italia che va?


Dice il tasso a un altro tasso, indicando uno stupendo esemplare di femmina della stessa specie: «Dì un po’, ma tu le paghi le tasse?». E’ una celebre illustrazione tratta dal Diariovitt di Jacovitti, il grande vignettista che riusciva a far sorridere la gente anche satireggiando su un argomento ostico come quello fiscale. Ed effettivamente è assai difficile, oggigiorno, trovare qualcuno disposto a ironizzare sullo spauracchio delle imposte. Questo territorio, almeno per gli italiani, rimane assolutamente verboten allo humour. Le gabelle infatti anno dopo anno sono diventate sempre più pesanti e numerose, tanto da indurre l’opinione pubblica a individuare nella leva fiscale uno strumento ingiustamente vessatorio, punitivo in particolar modo nei confronti di chi, come il popolo del reddito fisso, non può nascondere nulla all’ufficio esattoriale, venendo considerato alla stregua di “mucche da mungere” e favorendo il fugone oltralpe di un fiume di denaro non dichiarato.

E’ di questi giorni la notizia che la spesa pubblica italiana, durante lo scorso anno, ha sfiorato la barriera degli 800 miliardi di euro, attestandosi precisamente a 798.864 mld, risultando così in crescita per il terzo anno consecutivo, superando in percentuale oltre la metà del Pil nazionale. Il valore totale delle uscite, insomma, è tornato a incidere sul Pil italiano in misura analoga a quella registrata nel 1996, quando il rapporto spesa-Pil ammontava al 52,6%. In confronto agli altri nostri partner dell’Ue la partita in uscita dell’Italia in relazione al Pil è stata infatti più alta di 1,2 punti percentuali rispetto alla media dei paesi dell’Unione. Evidentemente nel portafogli dell’erario, alle nostre latitudini, hanno pesato, e molto, i costi degli ammortizzatori sociali elargiti dal governo per consentire alle famiglie di far fronte alla crisi che ha colpito i mercati finanziari, e quindi l’economia mondiale.

Sarà. Comunque, ammortizzatori o meno, anche “prima” del 2008 non è che vivessimo in un paradiso fiscale. Il fatto increscioso è che questa esagerata mole d’impieghi deve per forza di cose essere “finanziata”. E da chi? Ma da tutti noi, è ovvio. E come? Tramite la leva tributaria, of course. Tutto questo “generoso” scialo di risorse, cioè, si traduce, in soldoni, in una valanga di balzelli a nostro carico. Uno tsunami che opprime lo sfortunato contribuente del Bel Paese tanto pesantemente da offrire un formidabile assist al già nutrito popolo degli evasori, che individua appunto nell’evasione, piuttosto che un reato, una legittima difesa, seppure estrema, dalla smodata bulimia di Stato. Il si salvi chi può da parte dei furbacchioni che hanno trasferito all’estero i loro tesoretti ha preso la stura proprio da questa bramosia. Una bramosia tale che nel 2009 l’onere fiscale sul Pil ha registrato il 43,2%, facendo schizzare il nostro paese al V posto in Europa per voracità tributaria, in condominio con la Francia e subito dopo Austria, Belgio, Danimarca e Svezia, quando nel 2008 si era piazzato al settimo posto.

Insomma, paghiamo come la Svezia per avere servizi degni del Burundi. Si è trattato della peggiore performance dal 1997. Un esito, secondo l’Istat, dovuto a una flessione del Pil maggiore di quella fatta registrare dal «gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3%) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario, cresciute in valore assoluto di quasi 12 miliardi di euro». Va sottolineato che nel novero delle “imposte straordinarie” vanno considerati i fiumi di cash affluiti in Italia dai forzieri esteri grazie allo scudo fiscale, calcolati in 5 miliardi di euro.

E meno male che lo scudo c’è, si potrebbe parafrasare, in quanto durante il 2009 la maggior parte delle voci d’entrata dell’erario hanno registrato invece una marcata flessione. Le imposte indirette infatti l’anno scorso sono calate del 4,2% dopo avere già perduto il 4,9 nel 2008. Quelle dirette sono affondate del 7,1% e i contributi sociali dello 0,5%. La contrazione delle dirette è da scrivere prevalentemente al collasso dell’Ires (-23%), mentre le indirette hanno accusato la picchiata dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%). Molto più contenuto è stato il calo dei contributi sociali, che hanno risentito della sostanziale tenuta degli stipendi, un fenomeno da ascrivere al lievitare dell’ammontare medio pro capite, che è andato a compensare il marcato flop occupazionale. Ma la doccia fredda è nascosta là dove meno te l’aspetti. Vale a dire nelle valutazioni fornite dai commercialisti, secondo i quali, in quanto a pressione fiscale, l’Italia è sostanzialmente al top delle classifiche della rapina tributaria ai danni della collettività.

«Quello del 2009 è un record negativo assoluto», hanno sostenuto gli esperti del ramo. Lo scorso anno, infatti, per l’ufficio studi del Consiglio dei commercialisti, la pressione fiscale autentica, quella avvertita sulla propria pelle dalla cittadinanza tutta, era in realtà al 51,6%. «Un record negativo assoluto» rispetto al 50,8% del 2008. «Questo perché la componente di economia sommersa stimata in Italia è percentualmente più rilevante di quella di tutti gli altri paesi europei, esclusa la sola Grecia», ha concluso il presidente dei commercialisti Siciliotti. Economia sommersa sta per “nero”. Un deprecabile iceberg la cui superficie visibile è soltanto una parte infinitesimale della montagna celata sotto il mare dell’illecito. Un volume di “evaso” che avrebbe portato la reale pressione fiscale nel 2009 a un valore che più o meno oscillerebbe attorno al 52%. Una considerazione suffragata anche dalla Cgia di Mestre. «Se storniamo dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico, il Pil diminuisce – quindi si contrae anche il denominatore – e, pertanto, aumenta il risultato che emerge dal rapporto. Ovvero, la pressione fiscale», hanno sostenuto gli artigiani di Mestre.

Anche Confindustria ha lanciato l’allarme: «La pressione fiscale è un problema di cui parliamo da sempre. Oggi è ai massimi, quindi è un problema per la crescita», ha affermato Emma Marcegaglia. «Da tempo – ha ricordato la presidentessa degli industriali italiani – stiamo chiedendo al ministro Tremonti di aprire un tavolo sul fisco, come promesso».

Intanto, per l’Eurostat, l’Italia domina anche le classifiche dei paesi a più alto onere fiscale a carico del lavoro. Nel 2008, infatti, esso è stato pari al 42,8%: di gran lunga maggiore rispetto a quello della media Ue, pari al 34,2%. Solo le accise sui consumi da noi sono le più soft: 16,4% contro una media di Ue del 20,8%. Come si può facilmente constatare, siamo veramente ridotti a raschiare il fondo del barile. Un barile ormai disseccato dalle dissennate politiche erariali portate avanti negli anni spensierati dello sperpero facile e dello spreco istituzionalizzato.

Con l’avvento degli esecutivi a guida berlusconiana sembrava essere arrivati a un salutare rinsavimento. Insomma, pareva proprio che la deprecabile abitudine di tosare il parco buoi dei contribuenti impossibilitati ad evadere, come i salariati, gli stipendiati, la pubblica amministrazione, a vantaggio dei soliti noti, fosse sul punto di subire un salutare ripensamento. Invece, il default greco, il temuto crack spagnolo e portoghese, il collasso ungherese e romeno, lo sforamento irlandese, e inglese, e italiano, e francese hanno mandato tutto a ramengo. Le buone intenzioni del premier hanno insomma dovuto decampare davanti al pessimo esempio gestionale fornito in blocco dagli stati continentali, i quali, tranne forse la sola Germania, invece di essere una comunità di formiche s’è rivelata una masnada di cicale.

Cicale gelose delle proprie prerogative, dei propri privilegi, delle proprie autonomie, abituate a vivere al disopra delle loro possibilità ma prontissime a bussare alla porta di Bruxelles al primo cenno di bancarotta, quando per finanziare le loro (una volta) allegre economie sono state costrette a ricorrere agli usurai. L’esito fatale di tutta questa dispendiosa cuccagna sarà una severa politica di austerithy a livello continentale, con un nuovo giro di vite sul fronte delle gabelle.

Certo, l’alternativa, almeno dalle nostre parti, ci sarebbe, eccome. Basterebbe tagliare le spese superflue. Ma a giudicare dalle orecchie che dovrebbero recepire il messaggio, sono in tanti in Italia a dover ricorrere alla Maico. Tremonti, infatti, ci ha pure provato a proporre il machete contro i rami secchi dello stato e del parastato, secchi di prestazioni ma irroratissimi quanto a linfa vitale dissipata. I suoi colleghi di governo, invece, remando contro, gli hanno dapprima ipotizzato le cesoie per poi promettergli le forbicine e consegnargli in concreto le limette per le unghie. Il risultato è che le Province non si possono tagliare perché non lo vuole Bossi. Le Regioni non si possono alleggerire perché non lo vuole Formigoni. La Pubblica Amministrazione non si può snellire perché non lo vuole Fini. La Difesa non si può toccare sennò s’incazza La Russa. La cultura? Subito scendono sul piede di guerra nani, guitti, ballerine e guzzantine varie. La Sanità? Peggio di così…La scuola? Idem. I magistrati? E’ un golpe. I calciatori? Ma va là. Sono così bravi e competenti, in Sud Africa hanno dato tanto lustro alla Patria… Gli unici che corrono il rischio di essere soppressi sono i prefetti, in quanto non costano nulla, servono a molto e non godono di appoggi presso i poteri forti.

Così ci siamo ridotti a dissertare se il Grande Raccordo Anulare della Capitale sia a rischio pedaggio o meno. Naturalmente, a usare un po’ più di parsimonia nell’uso delle auto blu, delle scorte, dei rimborsi spese, insomma, a sfoltire il ginepraio di privilegi goduti, quelli della casta non ci pensano nemmeno. Perciò, per non incappare in una prospettiva greca, sempre più probabile vista l’aria che tira - “una fazzia una razzia” – toccherà rassegnarsi a versare almeno 24 miliardi di euro nel buco nero di Pantalone, secondo i dettami della manovra tremontiana, e risolversi a votare contro i partiti governativi alle prossime elezioni politiche.

Ma anche qui c’è poco da stare allegri. La parola d’ordine lanciata in questi giorni dagli scranni dell’opposizione infatti è “contromanovra”. Detta così suona alquanto bene, ma se uno si prendesse la briga di andare a leggersi con attenzione le sterminate lenzuolate stilate da Bersani & Co. Si avrebbero delle sconcertanti sorprese. Antonio Di Pietro infatti nelle sue elucubrazioni al mulino bianco propone maggiori introiti per 65 miliardi di euro tramite la reintroduzione dell’Ici e l’istituzione di un “redditometro a riscossione immediata”. Vale a dire: intanto paghi subito, e poi si vedrà. Insomma, Stalin, messo a paragone con Di Pietro, era un genio dell’economia di mercato.

Sorvolando pietosamente sull’aria fritta ventilata dai Soloni dell’Api rutelliana, il faldone elaborato dal Pd sollecita l’eliminazione della «protezione dai controlli fiscali per i 200.000 grandi evasori che hanno approfittato dello scudo a prezzi stracciati». Immaginatevi il fuggi fuggi generale verso i lidi esteri di tutti quelli che hanno riportato i loro tesoretti di nuovo all’interno dei confini patrii confidando nello scudo governativo. L’esodo riprenderebbe come prima e più forte di prima, con grave nocumento per le nostre casse. Insomma, sfoltito dell’enciclopedica messe di critiche sollevate contro la manovra governativa, di propositivo nel grimorio democratico c’è soltanto una striminzita paginetta di escamotage operativi tutti accuratamente privi d’indicazioni sulla copertura finanziaria. Sennò si sarebbe corso il rischio di proporre qualcosa di logico.

Naturalmente i vessilliferi del progresso propongono, in aggiunta a tutta questa futuristica dovizia di arzigogoli, l’abbandono del progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, tagli alla difesa, e l’ampliamento dell’accesso del fisco alle informazioni bancarie. Siamo alle solite. I nipotini di Orwell, orfani del Grande Fratello sovietico, sono sempre all’eterna, disperata ricerca di un sostituto. Non potendo più materialmente trasformare la società in un gulag, ripiegano per il Panoptikon di benthamiana memoria. Tutti sorvegliati e contenti. La privacy? Roba da evasori…

di Angelo Spaziano

5.7.10

Michio Kaku e la nostra civiltà di tipo zero


Michio Kaku è un fisico teorico nippo-americano specializzato nello studio
della teoria delle stringhe. Se lo si ascoltasse per qualche minuto si
capirebbe subito che, con il suo modo di parlare, cerca di rendere il mondo
complesso e spesso incomprensibile della fisica teorica il più semplice
possibile, per raggiungere il più ampio ventaglio di ascoltatori e rendere
alla portata di tutti concetti spiegabili e dimostrabili con complicate
formule matematiche.
Il suo mentore è stato Edward Teller, noto nella storia come "il padre della
bomba all'idrogeno" e per aver partecipato attivamente al programma nucleare
americano come membro del Progetto Manhattan.
Michio Kaku si è laureato in fisica "summa cum laude" ad Harvard, primo fra
tutti nella classe di fisica. Ha gestito il Berkeley Radiation Laboratory,
ottenendo il titolo di "Doctor of Philosophy". Ha scritto un importante
capitolo della teoria delle stringhe, ed è attivamente coinvolto nella
ricerca sulla "Teoria del Tutto".
Al suo attivo ha oltre 170 articoli sulla fisica teorica (superstringhe,
supersimmetria, supergravità), 12 libri tra i quali il best-seller "Fisica
dell'Impossibile", diverse trasmissioni televisive e radiofoniche sulla
scienza e sul futuro dell' umanità.

Michio Kaku è incredibilmente bravo nel rendere semplici alcuni concetti
estremamente complicati. Specialmente quando si tratta di spiegare il futuro
dell' umanità secondo il suo punto di vista.
Secondo Kaku, l'umanità è destinata ad evolversi o a scomparire, seguendo un
modello di sviluppo che ci porterebbe verso l'espansione nello spazio, o
verso una tragica fine senza alcuna menzione nella storia della nostra
galassia.

Quando Kaku parla di livelli di civiltà si riferisce essenzialmente allo
sviluppo energetico. Anche se accenna a discorsi come lingue globali,
culture universali e via dicendo, secondo lui la distinzione netta che si
può fare tra diversi livelli di civiltà è l'osservazione delle fonti di
energia che vengono sfruttate per la sopravvivenza della civiltà stessa.

Abbiamo così 4 livelli di base di civiltà:

- Civiltà di Tipo 0: siamo noi, esseri umani, ma potrebbe esserlo una
qualunque altra civiltà che abbia raggiunto il nostro livello tecnologico o
che sia diversi passi indietro rispetto all'essere umano. La civiltà di Tipo
0 si caratterizza essenzialmente per il fatto di essere frammentaria nella
sua cultura, e per l'utilizzo di fonti di energia esauribili e scarsamente
efficienti come i combustibili fossili. Una civiltà di Tipo 0 ha raggiunto
capacità di esplorazione dello spazio limitate.
- Tipo 1: una civiltà di Tipo 1 è, secondo Kaku, il futuro prossimo
dell'umanità. Secondo il fisico, siamo al livello di transizione tra Tipo 0
e Tipo 1: cultura sempre più globale, nuove fonti energetiche in via di
sviluppo, e via dicendo. Una civiltà di Tipo 1 ha il controllo di tutti gli
elementi del proprio pianeta di origine: è in grado di controllarne il
clima, sfruttarne le risorse energetiche in maniera efficace senza tuttavia
portare all'esaurimento le risorse disponibili. Una civiltà di Tipo 1 è
inoltre in grado di far viaggiare individui nello spazio superando distanze
di minuti, ore o addirittura giorni-luce senza dover impiegare anni per il
raggiungimento di una meta interplanetaria.
- Tipo 2: il vero salto di qualità. Secondo Kaku, una civiltà di tipo 2 è
virtualmente immortale, sia per quanto riguarda l'individuo che per quanto
riguarda l'insieme. C'è un problema sul pianeta di origine? Lo si risolve
senza troppi problemi, anche se significasse spostare il pianeta dalla
propria orbita. Problemi di natura energetica? Non esistono in una civiltà
di tipo 2: questo tipo di evoluzione consentirebbe di estrarre energia
direttamente dagli astri, sfruttare in modo efficace l'antimateria,
esplorare diversi sistemi solari senza problemi di tempo o di distanze.
- Tipo 3: l'evoluzione del tipo 2 è una civiltà che ha il dominio di tutte
le leggi della fisica, e di conseguenza il controllo sullo spazio e
sull'energia prodotta da migliaia, se non milioni di stelle. Esplora la
galassia senza problemi, visita pianeti sfruttando intelligenze robotiche e
macchine di Von Neumann, può eseguire viaggi di migliaia di anni luce nello
stesso tempo che impieghiamo noi per arrivare sulla Luna.

Se tutto questo sembra fantascienza, per Michio Kaku non lo è affatto, è
solo la visione di un futuro sempre più vicino. Secondo lui, molti di questi
processi sono già stati scritti a livello teorico nella fisica, mancano solo
i meccanismi pratici per metterli in atto.
Sappiamo ad esempio che l'antimateria potrebbe fornirci energia pressochè
illimitata ed ultra-efficiente, in grado di farci viaggiare nello spazio a
velocità impensabili, ma ora come ora riusciamo a produrne solo qualche
miliardesimo di grammo attraverso i più potenti acceleratori di particelle
al mondo, niente che possa avere un utilizzo pratico.

Michio Kaku inoltre non esclude la possibilità che, attorno al nostro
Sistema Solare, fioriscano civiltà di tipo 0-1-2-3 senza che ce ne rendiamo
conto.
Un esempio potrebbe essere il seguente:
- Tipo 0: potrebbero esserci migliaia di civiltà di tipo 0 nella sola Via
Lattea. Che siano alla scoperta del fuoco o alla creazione del transistor
poco importa, le possibilità di intercettare messaggi dallo spazio emessi da
civiltà di livello superiore sono pressochè nulle. Le probabilità inoltre
che si possa comunicare nello spazio tra due civiltà di tipo 0 sono
scarsissime, in quanto utilizzano tecnologie inefficaci per le comunicazioni
interplanetarie.
- Tipo 1: le civiltà di tipo 1 hanno superato la fase più critica,
evolvendosi da un livello di tecnologia (tipo 0) che può portare ad un
"nuovo rinascimento" come alla distruzione totale di un'intera civiltà. E'
possibile che solo una parte di civiltà di tipo 0 possano evolversi in tipo
1 invece di autodistruggersi. Le civiltà di tipo 1 inoltre hanno imparato
che per inviare messaggi nello spazio il metodo più efficace è quello di
spedirli lungo una gamma completa di frequenze, spezzandoli in "pacchetti"
ricomposti una volta giunti a destinazione. Questo limita una civiltà di
tipo 0 nell'intercettazione di messaggi: per esempio, il genere umano è in
ascolto su una sola frequenza, aspettandosi un messaggio completo che
probabilmente non intercetterà mai.
- Tipo 2: una volta raggiunto il tipo 1, è solo questione di tempo (e di
fortuna) prima che si arrivi al tipo 2. Una società di tipo 1 può essere
fermata solo da disastri di tipo cosmico o da grossolani errori di
valutazione nello sfruttamento delle risorse planetarie disponibili, ma la
probabilità di distruzione è comunque inferiore al tipo 0. Il tipo 2 invece
è un livello di sviluppo raggiunbibile a tutte le civiltà di tipo 1,
aspettando il giusto tempo per approfondire le dinamiche cosmiche.
Probabilmente i metodi di comunicazione sono oltre l'utilizzo del laser, il
che esclude una civiltà come la nostra, di Tipo 0, dal solo immaginare quale
tecnologia utilizzino per comunicare nello spazio.
- Tipo 3: le civiltà di tipo 2, virtualmene immortali, che non hanno
raggiunto il tipo 3 hanno soltanto bisogno di altro tempo per evolversi, ma
il raggiungimento di questo stadio è la naturale conseguenza del viaggio
interstellare e dello studio sempre più approfondito delle meccaniche
celesti. Una civiltà di tipo 3, in gradi di esplorare intere galassie,
utilizza metodi di comunicazione che di certo civiltà di tipo 0 e 1 non sono
in grado di comprendere, e che forse civiltà di tipo 2 stanno sviluppando a
livello sperimentale.

Michio Kaku non esclude inoltre che possiamo essere stati visitati, ed
esserlo tutt'ora, da civiltà extraterrestri. Il problema che pone, però, è
quello dello scarso interesse che una civiltà di tipo 2 o 3 possa avere nei
confronti di una civiltà di tipo 0.
L'esempio che si può fare è quello di una formica in relazione con l'essere
umano: che vantaggi deriverebbero all'essere umano dall'insegnare alla
formica a costruire un computer? Che interesse potrebbe avere la formica nel
costruire un computer quando la sua sola logica concepibile è quella di
lavorare per la colonia accumulando cibo?
Allo stesso modo, che interesse potrebbero avere delle civiltà
extraterrestri così evolute nel favorire la nostra evoluzione intervenendo
in un processo che potrebbe farci rinascere come farci autodistruggere per
la nostra incapacità di gestire quest processo di maturazione? E che
interesse potrebbe avere la maggior parte del genere umano, che ha come
unica preoccupazione (ben comprensibile, sia chiaro) quella di sopravvivere
alle problematiche che la sua stessa specie crea di continuo?

Le "visioni" di Michio Kaku in realtà sono molto più complesse di semplici
idee futuristiche: basandosi sulla fisica quantistica, sulla teoria delle
stringhe e la "Teoria del Tutto", le sue previsioni sono sia a breve che a
lungo termine, e contemplano teletrasporto, invisibilità, intelligenza
artificiale, viaggi spaziali, temporali ed dimensionali.

E' altrettanto vero tuttavia che la fisica teorica è spesso molto distante
dall'applicazione pratica delle sue formule, e che molti dei meccanismi che
regolano il nostro universo sono ben lungi dall'essere svelati.
Leggere i suoi libri e le sue idee sul futuro dell' umanità rimane però
un'interessante viaggio ai confini di ciò che riteniamo possibile e la
fantascienza, ci fanno capire che il viaggio evolutivo dell'essere umano è
solo all'inizio, e che le opportunità che la fisica espone nella sua
continua ricerca delle meccaniche universali sono pressochè illimitate.

4.7.10

L'impero britannico organizzò la prima e la seconda guerra mondiale

Il 22 giugno, il 69esimo anniversario dell'Operazione Barbarossa, l'invasione nazista dell'Unione Sovietica, il Prof. Igor Panarin ha aumentato gli attacchi pubblici contro l'impero britannico come avversario storico "e contemporaneo" della Russia. "Ritengo che sia necessario ripetere nuovamente oggi" ha dichiarato Panarin in un'intervista a KM.ru "che i leader dell'impero britannico dovrebbero confessare di aver organizzato sia la prima che la seconda guerra mondiale, e di indire un tribunale pubblico per stabilire che organizzò la prima e la seconda guerra mondiale, e perché". Un simile tribunale verrebbe giustificato per via dell'"olocausto del popolo sovietico" che ne seguì.

Il prof. Panarin è preside della Facoltà di Storia all'Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo, ed è rinomato per i suoi pronostici sulla frammentazione degli Stati Uniti. Pochi resoconti rilevano tuttavia il fatto che Panarin attribuisce tale piano anti USA ad un gruppo di finanzieri con sede a Londra.

Ha dichiarato a KM.ru: "Il 22 giugno è una data tragica nella nostra storia. Ma ritengo che l'attacco improvviso all'Unione Sovietica da parte della Germania non sia stato ordito soltanto dalla Germania fascista, ma anche dall'Impero britannico. Potrebbe sembrare un paradosso, perché i due paesi erano avversari in quel momento. Ma è strano solo di primo acchito". Il professore prosegue con l'argomentazione che alcuni bolscevichi, come Leon Trotzky, erano "agenti dei servizi britannici" (come ha documentato in un recente video, in cui evidenzia il rapporti tra Trotzky e le spie britanniche Bruce Lockhart e Sidney Reilly) che furono soppressi da Stalin. Incapace di ottenere il controllo che voleva sull'Unione Sovietica, continua Panarin "l'Impero britannico decise di preparare la seconda guerra mondiale, in cui la Germania fascista avrebbe agito come forza d'attacco in un attacco contro l'Unione Sovietica. Non è un segreto che furono i britannici (la Banca d'Inghilterra, in particolare) a finanziare il Partito Nazista…"

Le formulazioni dell'intervista di Panarin, che chiama l'Impero britannico sul banco degli imputati, bisticciano con l'opinione erronea generale secondo cui i britannici sono solo un partner degli Stati Uniti. Si noti il fatto che i discorsi e articoli di LaRouche sull'Impero britannico (anzi, brutannico) ed i suoi agenti al Cremino quali il consigliere Arkadi Dvorkovich e gran parte della delegazione che ha accompagnato il Presidente Dmitri Medvedev nel suo viaggio a Silicon Valley, la Stanford University e Washington, circolano ampiamente tradotti in russo.

Durante la webcast di LaRouche del 26 giugno un esponente russo gli ha chiesto che ne pensasse del punto di vista di Panarin. LaRouche ha esordito dicendo che Rosa Luxemburg fu l'unica personalità del secolo scorso che comprese correttamente l'Impero britannico. Dopo aver sviluppato il concetto di impero, ha aggiunto che "l'impero britannico non è un'espressione del popolo britannico. È un'imposizione sul popolo britannico da parte di un'organizzazione che assunse la forma della Compagnia Britannica delle Indie Orientali". Un impero sopravvive inducendo altre potenziali nazioni a distruggersi l'un l'altra in guerra, ha proseguito. Lo stato di guerra permanente tra Israele ed i paesi arabi è un esempio di questo. Così come la guerra in Afghanistan, condotta da quell'idiota di Obama e che è "un'operazione di droga da parte dell'Impero britannico".

by Movisol

3.7.10

Il governo delle banche







Il 10 maggio 2010, rassicurati da una nuova immissione di 750 miliardi di euro nella fornace della speculazione, i detentori di titoli di Société Générale hanno guadagnato un 23,89%. Lo stesso giorno, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha annunciato che, a causa di restrizioni nel bilancio, l’incentivo di 150 euro alle famiglie in difficoltà non sarebbe stato prorogato. Così, da una crisi finanziaria all’altra, cresce la convinzione che il potere politico adegui le proprie scelte alla volontà degli azionisti. Ogni volta i rappresentanti eletti chiedono alla popolazione di votare quei partiti che i “mercati” hanno prescelto per la loro innocuità.

Il sospetto di prevaricazioni affonda poco a poco la fiducia nei proclami sul bene pubblico. Quando Obama ha rimproverato la banca Goldman Sachs per meglio giustificare le sue misure per la regolamentazione finanziaria, i repubblicani hanno subito diffuso uno spot (1) che ricorda la lista di donazioni che il presidente e i suoi amici politici hanno ricevuto dalla compagnia durante la campagna elettorale del 2008: “Democratici: 4,5 milioni di dollari. Repubblicani: 1,5 milioni di dollari. I politici attaccano l’industria finanziaria ma accettano milioni da Wall Street.”

Quando il partito conservatore inglese, fingendosi impegnato a proteggere i bilanci delle famiglie povere, si oppose all’introduzione di un prezzo minimo per le bevande alcoliche, i laburisti risposero che l’intenzione era piuttosto quella di compiacere i proprietari dei supermercati, ostili a una tale misura, dal momento che essa ha reso le bevande alcoliche un prodotto civetta per gli adolescenti, affascinati dal fatto di poter pagare la birra meno dell’acqua. Infine, quando Sarkozy eliminò la pubblicità dai canali pubblici, fu facile intuire i guadagni che la televisione privata guidata dai suoi amici Vincent Bolloré e Martin Bouygues avrebbero ottenuto da una situazione che li esime da qualunque competizione nel ricco settore della pubblicità.

Questo tipo di sospetti non sono nuovi. La gente si rassegna alle situazioni che dovrebbero causare scandalo. Si dice: “È sempre stato così.” È vero che nel 1887 il genero del presidente francese Kules Grévy usò i propri parenti all’Eliseo per poter negoziare le decorazioni ufficiali; agli inizi del secolo scorso, la Standard Oil dava ordini a diversi governatori degli Stati Uniti. E per quanto riguarda la dittatura della finanza, già nel 1924 si faceva riferimento al “plebiscito quotidiano dei detentori di buoni” – i creditori del debito pubblico -, anche chiamati “il muro di denaro”. Nonostante tutto, venivano emanate leggi per regolare il ruolo del capitale nella vita politica. Questo è capitato anche negli Stati Uniti, durante l’Era Progressista (1880-1920) e poi dopo lo scandalo Watergate, sempre in seguito a qualche agitazione politica. Il “muro di denaro” francese fu messo sotto controllo dopo la Liberazione nel 1944. Le cose possono anche essere sempre andate così, ma sono suscettibili di cambiamento.

E possono cambiare ancora ma in senso opposto. Il 30 gennaio 1976, la Corte Suprema degli Stati Uniti annullava varie disposizioni chiave votate dal Congresso che limitavano il ruolo del denaro nella politica (caso Buckley contro Valeo). I giudici sostenevano che “la libertà di espressione per contribuire al dibattito pubblico non può dipendere dalla capacità finanziaria degli individui”. In altre parole, non ci devono essere limiti alla spesa per potersi esprimere. Lo scorso gennaio, questa causa si è ampliata fino all’estremo di autorizzare le imprese a spendere quel che vogliono per favorire (o attaccare) un candidato.

Negli ultimi 20 anni, con gli antichi apparatchiks sovietici trasformatisi in oligarchi industriali, gli impresari cinesi che occupano un ruolo distaccato in seno al Partito Comunista, i capi dell’Esecutivo, ministri e deputati europei che preparano, stile americano, la propria conversione al “settore privato”, un clero iraniano e i militari pachistani inebriati dagli affari (2), lo scivolamento verso la corruzione è diventato sistematico. Questo influisce sulla vita politica del pianeta.

Nella primavera del 1996, in conclusione di un mandato davvero mediocre, il presidente Bill Clinton preparava la campagna per la sua rielezione. Aveva bisogno di soldi. Per ottenerli, ebbe l’idea di offrire ai donatori più generosi la possibilità di passare una notte alla Casa Bianca, per esempio nella “camera di Lincoln”. Dal momento che avvicinarsi al sogno del “Grande Emancipatore” non era alla portata delle tasche più vuote né era una fantasia obbligata di quelle più piene, si misero all’asta altri piaceri. Come quello di “bere un caffè” alla Casa Bianca con il presidente degli Stati Uniti. Pertanto i potenziali grandi donatori del Partito Democratico incontrarono membri dell’esecutivo il cui lavoro era di regolare le loro attività. Il portavoce di Clinton, Lanny Davis, spiegò ingenuamente che era “un’occasione per i regolatori di imparare di più sui problemi dell’industria in questione”(3). Una di quelle “colazioni di lavoro” può essere costata decine di miliardi di dollari all’economia mondiale, favorendo la crescita del debito degli stati, e può aver provocato la perdita di decine di milioni di posti di lavoro.

Il 13 maggio 1996 alcuni dei principali banchieri degli Stati Uniti sono stati ricevuti per 90 minuti alla Casa Bianca dai principali rappresentanti dell’Amministrazione. Insieme al presidente Clinton partecipava alla riunione anche il segretario del Tesoro, Robert Rubin, il suo aggiunto incaricato degli Affari Monetari, John Hawke e il responsabile della regolamentazione delle banche, Eugene Ludwig. Per una coincidenza sicuramente fortuita partecipava anche il tesoriere del Partito Democratico, Marvin Rosen. Secondo il portavoce di Ludwig, “i banchieri hanno discusso la legislazione futura, incluse le idee che permetterebbero di abbattere la barriera che separa le banche dalle altre istituzioni finanziarie”.

Dopo il crac del 1929, il New Deal aveva proibito alle banche di depositi di rischiare imprudentemente il denaro dei suoi clienti, perché questo obbligava in seguito lo Stato a riscattare quelle istituzioni per il timore che un loro eventuale collasso provocasse la rovina dei numerosi detentori di titoli.. Firmata dal presidente Franklin Roosevelt nel 1933, la regolamentazione ancora vigente nel 1996 (legge Glass-Steagall) dispiaceva fortemente ai banchieri, interessati a diventare parte dei beneficiari dei miracoli della “new economy”. La “colazione di lavoro” aveva come obiettivo ricordare quel dispiacere al capo dell’esecutivo statunitense proprio mentre lui cercava di ottenere un finanziamento da parte delle banche per la sua rielezione.

Alcune settimane dopo l’incontro, i dispacci delle agenzie informavano che il Dipartimento del Tesoro avrebbe inviato al Congresso un pacchetto di leggi “che metteva in discussione le norme bancarie stabilite sei decenni addietro, il che avrebbe permesso alle banche di lanciarsi ampiamente nel mercato delle assicurazioni e nel settore delle banche di affari e investimenti”. Il seguito è ben conosciuto. La deroga alla legge Glass-Steagall è stata firmata nel 1999 da un presidente Clinton rieletto tre anni prima, in parte grazie al suo bottino di guerra elettorale (4). Questa deroga ha attizzato l’orgia speculativa degli anni 2000 (sofisticazione crescente dei prodotti finanziari, come i crediti ipotecari subprime, ecc.) e ha facilitato il crac economico del settembre 2008.

In realtà, la “colazione di lavoro” del 1996 (ce ne sono state 103 dello stesso tipo nello stesso periodo alla Casa Bianca) non ha fatto altro che confermare la forza del peso che faceva inclinare la bilancia verso gli interessi della finanza. Perché è stato un Congresso a maggioranza repubblicana ad affossare la Glass-Steagall, in accordo con la sua ideologia liberale e ai voleri dei suoi mecenati; anche i congressisti repubblicani hanno ricevuto dollari dalle banche. Per quanto riguarda l’Amministrazione Clinton, con o senza “colazioni di lavoro”, non sarebbe stato possibile resistere a lungo alle preferenze di Wall Street: il suo segretario del Tesoro, Robert Rubin, aveva diretto la Goldman Sachs. Così come lo aveva fatto Henry Paulson, a carico del Tesoro statunitense durante il crac del settembre 2008. Dopo aver lasciato morire le banche Bear Stearns e Merryl Lynch – due concorrenti di Goldman Sachs – Paulson ha riscattato la American Insurance Group (AIG), un’agenzia di assicurazioni il cui crollo avrebbe colpito il suo maggior creditore: Goldman Sachs.

Perché un popolo che in maggioranza non è costituito da ricchi, accetta che i suoi rappresentanti abbiano come priorità quella di soddisfare le richieste degli industriali, degli avvocati affaristi, dei banchieri al punto che la politica finisce col consolidare i rapporti delle forze economiche invece di opporre loro la legittimità democratica? Perché quando questi stessi ricchi vengono eletti si sentono autorizzati a esibire la propria fortuna? E a proclamare che l’interesse generale richiede la soddisfazione degli interessi particolari delle classi privilegiate, le uniche col potere di fare (investire) o impedire (delocalizzare), e che pertanto è necessario sedurre (“tranquillizzare i mercati”) o contenere (la logica dello scudo fiscale)?

Queste domande ci riportano al caso dell’Italia. In questo paese, uno degli uomini più ricchi del pianeta non si è aggregato a un partito con la speranza di influenzarlo, ha invece creato il suo, Forza Italia, per difendere i suoi interessi imprenditoriali. Di fatto, il 23 novembre 2009 La Repubblica ha pubblicato la lista delle diciotto leggi che hanno favorito l’impero commerciale di Silvio Berlusconi a partire del 1994, o che gli hanno permesso di sfuggire all’azione della magistratura. Il ministro della giustizia del Costa Rica, Francisco Dall’Anase, ha avvisato quale sarà la prossima tappa. Quella che vedrà in alcuni paesi uno Stato non più solo al servizio delle banche ma anche dei gruppi criminali: “I cartelli della droga si impadroniranno dei partiti politici, finanzieranno le campagne elettorali e infine prenderanno il controllo dell’Esecutivo”. (5).

A proposito, che impatto ha avuto questa rivelazione di La Repubblica sul risultato elettorale della destra italiana? A giudicare dall’esito delle elezioni regionali di marzo scorso, nessuno. È come se il quotidiano rilassamento della morale pubblica avesse immunizzato la popolazione rassegnata alla corruzione della vita politica. Perché indignarsi allora quando i rappresentati si impegnano continuamente a soddisfare i nuovi oligarchi o a raggiungerli sulla cima della piramide dei guadagni? “I poveri non fanno donazioni pubbliche”, diceva a ragione l’ex candidato repubblicano alla presidenza John McCain, che è diventato lobbista dell’industria finanziaria.

Ad un mese dalla sua uscita dalla Casa Bianca, Bill Clinton ha guadagnato tanto denaro quanto quello guadagnato in 53 anni di vita. Goldman Sachs lo ha retribuito con 650.000 dollari per quattro discorsi. Per un altro discorso, pronunciato in Francia, ha riscosso 250.000 dollari; questa volta a pagare è stato Citigroup. Nell’ultimo anno del mandato, la coppia Clinton ha dichiarato introiti per 357.000 dollari; tra il 2001 e il 2007, il totale del guadagno è stato di 109 milioni di dollari. Oggi giorno, la celebrità e i contatti acquisiti lungo una carriera politica vengono negoziati soprattutto una volta che questa carriera è terminata. I posti di amministratori nel settore privato o di assessore di banche rimpiazzano vantaggiosamente un mandato popolare che si è appena concluso. E siccome governare è prevedere..

Ma il “pantouflage” (6) non si spiega unicamente con l’esigenza di rimanere membri a vita dell’oligarchia. Le aziende private, le istituzioni finanziarie internazionali e le organizzazioni non governative collegate alle multinazionali si sono convertite, a volte più che lo Stato, in luoghi di potere e di egemonia intellettuale. In Francia, il prestigio delle finanze così come il desiderio di forgiarsi un futuro dorato hanno sviato molti iscritti della Scuola Nazionale di Amministrazione (ENA), della Scuola Normale Superiore (ENS) o della Scuola Politecnica dalla loro vocazione di servitori del bene pubblico. L’ex alunno della ENA e della ENS ed ex primo ministro Alain Juppé, ha confessato di aver sperimentato una tentazione del genere: “Tutti siamo rimasti affascinati, perfino i mezzi di comunicazione. I golden boys erano formidabili! Quei giovani che arrivavano a Londra e davanti ai loro pc trasferivano migliaia di milioni di dollari in pochi istanti, che guadagnavano centinaia di milioni di euro ogni mese – eravamo tutti affascinati! – (...) Non sarei del tutto sincero se negassi che anche io ogni tanto mi dicevo: “accidenti, se avessi fatto questo forse oggi sarei in una situazione diversa” (7).

“Nessun pentimento” invece per Yves Galland, ex ministro del Commercio francese diventato presidente di Boeing France, un’azienda in competizione con Airbus. Nessun pentimento nemmeno per Clara Gaymard, moglie di Hervé Gaymard, ex ministro dell’Economia, Finanze e Industria: dopo essere stata una funzionaria a Bercy (sede del ministero) e in seguito ambasciatrice itinerante delegata dall’Agenzia Francese di Investimenti Internazionali, è diventata presidente di General Electric France. Coscienza tranquilla anche per Christine Albanel, che durante tre anni ha occupato il Ministero della Cultura e Comunicazione. Da aprile 2010 è ancora a carico della comunicazione... ma della France Telécom.

La metà degli ex senatori statunitensi diventano lobbisti, spesso al servizio delle aziende che avevano regolato. Lo stesso è successo con 283 ex membri della Amministrazione di Clinton e 310 ex membri della Amministrazione di Bush. Negli Stati Uniti, il volume annuale di affari di lobbying si aggira sugli 8 miliardi di dollari. Somma enorme, ma con una rendita eccezionale. Nel 2003, per esempio, l’imposta sui guadagni ottenuti all’estero da Citigroup, JP Morgan Chase, Morgan Stanley e Merril Lynch si è ridotto dal 35% al 5,25%. Prezzo dell’azione di lobbying: 8,5 milioni di dollari. Beneficio fiscale: 2 miliardi di dollari. Nome della norma in questione: “Legge per la creazione di lavori americani”(8). “Nelle società moderne – conclude Alain Minc, laureato all’ENA, assessore (ad honorem) di Sarkozy e (al soldo) di vari grandi imprenditori francesi – si può servire l’interesse generale in un posto che non sia lo Stato, come nelle aziende” (9). L’interesse generale, è tutto li.

Questa attrazione per le aziende (e le loro remunerazioni) ha causato vittime anche a sinistra. “L’alta borghesia si è rinnovata – così spiegava nel 2006 Francois Hollande, allora primo segretario del Partito Socialista francese – mentre la sinistra si assumeva delle responsabilità, nel 1981. (...) È stato l’apparato statale a proiettare il capitalismo dei suoi nuovi dirigenti. (...) Provenienti da una cultura di servizio pubblico, hanno avuto accesso allo status di nuovi ricchi e si sono rivolti ai politici che li avevano designati come fossero i loro superiori” (10). Politici che sono stati tentati di seguirli.

Settori sempre più estesi della popolazione hanno legato, a volte inconsapevolmente, il proprio destino, attraverso i fondi pensione, i fondi d’investimento, ecc., a quello della finanza. Attualmente è possibile difendere le banche e la Borsa fingendo di interessarsi al destino della vedova senza mezzi, dell’impiegato che ha comprato azioni per migliorare il suo salario o garantirsi una pensione. Nel 2004, il presidente George W. Bush ha basato la propria campagna elettorale su quella “classe di investitori”. The Wall Street Journal spiegava: “Più gli elettori sono azionisti, più appoggiano le politiche liberali associate ai repubblicani. (...) Il 58% degli statunitensi ha un investimento diretto o indiretto nei mercati finanziari, di fronte al 44% di sei anni fa. Ad ogni livello di introiti, gli investitori diretti sono più propensi a dichiararsi repubblicani che i non investitori” (11). Si capisce il sogno di Bush di privatizzare le pensioni.

“Schiavi delle finanze da due decenni, i governi si rivolgeranno contro di loro solo se esse li aggrediranno oltre la soglia di tolleranza”, questo aveva annunciato il mese scorso l’economista Frédéric Lordon (12). La portata delle misure che Germania, Francia, gli Stati Uniti e il G-20 prenderanno contro la speculazione nelle prossime settimane ci dirà se la quotidiana umiliazione che i mercati infliggono agli Stati e la collera popolare istigata dal cinismo delle banche, farà destare una qualche dignità nei governi stanchi di essere trattati come dei lacché.

Note

(1)Video disponibile in: www.monde-diplomatique.fr/19172
(2) Serge Halimi, “Il denaro”; Behrouz Arefi e Behrouz Farahany, “Iran, la resistibile ascesa dei pasdaran” e Ayesha Siddiqa, “I generali saccheggiano le ricchezze del Pakistan”, Le Monde Diplomatique-Il manifesto, rispettivamente gennaio 2009, febbraio 2010 e gennaio 2008
(3) Questa nota, così come le seguenti due, sono state estratte da “Guess who’s coming for coffee?”, The Washington Post, National Weekly Edition, 3 febbraio 1997.
(4) Thomas Ferguson, “Le trésor de guerre du président Clinton”, Le Monde diplomatique, Parigi, agosto 1996.
(5) Citato in London Review of Books, Londra, 25 febbraio 2010.
(6) Termine che in Francia designa la migrazione di alti funzionari dell’Amministrazione pubblica verso confortevoli posti nel settore privato ( N.d.T.)
(7) “Parlons Net”, radio France Info, Parigi, 27 marzo 2009.
(8) Dan Eggen, “Lobbying pays”, The Washington Post, 12 aprile 2009.
(9) Radio France Inter, Parigi, 14 aprile 2010.
(10) François Hollande, Devoirs de vérité, Stock, París, 2006, pagg. 159-161
(11) Claudia Deane e Dan Balz, "‘Investor Class' Gains Political Clout", The Wall Street Journal Europe, 28 ottobre 2003.
(12) "La pompe à phynance", in http://blog.mondediplo.net, 7 maggio 2010.

Serge Halimi è il direttore di “Le Monde Diplomatique”

Noam Chomsky: «Stati falliti. Abuso di potere e assalto alla democrazia in America»


Di Noam Chomsky mi erano noti i testi di linguistica e di filosofia del linguaggio. Testi piuttosto difficili su una matera – la natura del linguaggio umano – già di per sé difficile. Ma forse è questa la migliore preparazione per poi passare ad indagare la natura del potere e l’essenza degli stati. Molto ci sarebbe da riflettere su questo libro di Chomsky, che ci ha invogliato a comprare tutti i suoi libri che abbiamo trovato in commercio e di cui parleremo singolarmente, salvo poi ritornarci sopra tutte le volte che ne avremo il tempo o ci parrà il caso. Tra questi annunciamo “La fabbrica del consenso”, “Capire il potere”, “Sulla nostra pelle”. Il Chomsky analisti o filosopo del potere mi appare non meno interessente e forse più comprensibile del Chomsky linguista, la cui lettura è peraltro assai remoto nel tempo.

Non mi sono note e poco adesso mi interessano le fonti giuridiche a cui Chomsky ha attinto, peraltro da lui dichiarate. Ma molto mi fa riflettere uno dei concetti centrali del libro: il principio di autoesenzione dal rispetto delle norme internazionali per un verso e per l’altro la fine dello stato di diritto e di ogni democrazia sostanziale all’interno. Parliamo degli Stati Uniti d’America, spesso e acriticamente indicati come la terra della democrazia e della libertà. Intanto, una terra ed un popolo che si è concimato sul genocidio della popolazione autoctona. Non pare un caso che si pensa di poter adottare lo stesso modello in Medio Oriente ed in particolare in Palestina: i palestinesi come gli indiani d’America, i pellerossa, stesso destino, stesso silenzio, stesso occultamento di cadaveri e di genocidio, o addirittura costruzione di un mito ed un’epopea – di cui tutti i popoli hanno bisogno – su un vero e proprio genocidio, spudoratamente propagandato da una filmistica di cui siamo stati tutti vittime. Abbiamo giocato tutti da bambini simulando lotte contro i pellerossa, dipinti come i selvaggi.

Le analisi che si trovano nel testo di Chomsky non sono meramente descrittive, ma aiutano a comprende il fenomeno nel suo farsi che è a noi ancora terribilmente attuale. Il libro è stato scritto ed è uscito in italiano nel 2007, ben prima dell’assalto alla Flotilla. Ma fa ben comprendere ciò che successo poche settimane fa ed i cui effetti non sono ancora cessati. Il caldo mentre scrivo è soffocante e tocca smettere, ma non prima di aver abbozzato un concetto che non mi stancherò di sviluppare ad ogni occasione che si presenterà. Se gli USA (e Israele) pensano di potersi sottrarre a qualsiasi rispetto di quelle norme che si sono sviluppate nel tempo e che vengono chiamate con il nome di diritto internazionale. A proposito di questa disciplina che ho studiato all’università ed in vari master ricordo di un docente che parlando di un libro appena uscito con il titolo “Il diritto internazionale e il principio di effettività” osserva che doveva esservi stato un errore di stampa. Il titolo corretto avrebbe dovuto essere: “Il diritto internazionale ossia il principio di effettività”. Voleva significare che non essere nessuna coazione al rispetto delle norme internazione, almeno nella stesso forma in cui può avvenire nel diritto interno.

Ma allora perché si è sviluppato un diritto internazionale e gli stati per il passato o per il presente a volte lo rispettano, altre no ovvero cercano tutti i modi di eluderlo? La spiegazione che io mi sono data è riconducibile ad Hobbes ed alla sua concezione della pluralità degli Stati come soggetti che vivono ed operano nello stato di natura, dove ognuno tenta di sopraffare l’altro. Vale anche nella relazioni internazionali la prima legge di natura che nella sua prima parte dice che occorre cercare con tutti i mezzi possibili la pace, perché solo questa ci dà la vera sicurezza. Gli stati vivono nel timore reciproco e sanno che conviene loro rispettare i patti contratti e le norme consolidate.

Per venire rapidamente a noi diciamo che questo modello salta quando esiste una sola superpotenza che non deve temere nessuno che abbia eguale potenza e per questo può imporre il suo arbitrio ed il suo capriccio. È ciò che succede nella nostra epoca con gli USa ed il suo pendant Israele, il cui esercito pretende addirittura di essere “il più morale del mondo”, anzi della Storia. Perché sia ristabilito un regime di norme rispettate da tutti è necessario che il mondo torni ad essere multipolare, non unipolare. L’utopia dello Stato Unico Mondiale si sta rivelando per quello che è: un regime di arbitrio e di tirannia, di genocidio e schiavitù e con la perversione del linguaggio (quanto è utile in questi casi una formazione linguistica e filologica come quella di Chomsky) anche un regime della Menzogna. Già Hobbes parlava del regno delle tenebre per indicare il sopravvento della menzogna.
di Antonio Caracciolo

2.7.10

Gli USA, lo spettro del default






Lo so, lo so. L'avrò scritto venti volte che, mentre ci trastulliamo con un .5 % in più o meno di deficit (che pure vuol dire lacrime e sangue per essenziali servizi, indispensabili presidi e storiche fondazioni, non essendo vero che tutto quel che DOVRA' essere tagliato sia superfluo e/o inutile) mentre ci trastulliamo con queste cose, passando poi all'ultimo grido di tinture canine o al calamaro gigante spiaggiato in Sicilia, ci sono argomenti di un certo qual interesse su cui discutere.

Vediamo di fare un piccolo riassunto:

L'economia mondiale è finita.

L'economia USA sta risorgendo dalle sue ceneri non come una fenice ma come uno Zombi.

Il thriller chiamato La Grande Crisi è solo alla fine del primo tempo.



L'avrò scritto ma FORSE, nel momento in cui continuano a dirci che tutto sta andando sempre meglio, pare opportuno ricordarlo. Benchè si possano scrivere decine di post, interi libri, oceani di inchiostro, multiversi di byte, alla fine le cose stanno cosi:

Gli USA sono diretti verso il default. Nel processo si trascineranno dietro il sistema finanziario mondiale.

Esagerazioni?

Solo per coloro i quali ritengono che l'espressione "a lungo termine" vada intesa per qualunque periodo superiore ad un anno.

Non sarò un pochino esagerato?

Beh, sinceramente, non credo.

Se gli USA vanno in default, credo ne converrete, si può ritenere che l'economia mondiale o per meglio dire la parte monetaria e finanziaria della stessa, sia finita, a meno di una lucida pianificazione del doloroso passaggio.

Beh, questo, il default prossimo venturo degli USA, scusate la semplicità/rozzezza, lo ritengo un fatto certo.

Il deficit americano viaggia infatti ad un ritmo MEDIO superiore al 10% del PIL già da tre anni.

Il debito pubblico americano cresce del 20% all'anno, DA BEN 5 ANNI.

Dall'Aprile 2005 ad oggi, infatti è raddoppiato.

Entro l'anno, o al massimo entro i primi mesi del 2011, stando così le cose, il debito pubblico americano, che ha da poco superato i 13 k-miliardi, sfonderà i 14 trilioni di dollari ( 14.000 miliardi di dollari), una cifra circa pari al 100% del PIL.

Entro il 2011 ci avrà raggiunto, intorno al 120%, ed entro il 2015 avrà raggiunto il Giappone.

Non vi basta? allora guardiamo il combinato disposto degli interessi federali, statali, delle varie istituzioni E di quelli privati ( mutui, prestiti, etc). Sono quasi 2000 miliardi di dollari. Ovvero il 14% del Prodotto interno lordo. Un valore enorme. In pratica il debito complessivo pubblico e privato è già oltre il 340% del PIL.

E questo, badate bene, solo perchè la FED sta nuovamente regalando denaro alle banche (ad un tasso se ben ricordo, intorno allo 0.5% all'anno) e quindi tiene artificialmente bassissimi gli interessi sui debiti privati. Al primo stormir di foglie andrà MOLTO peggio.

Se volete farvi venire le vertigini Ecco un link che dà il quadro generale delle principali economie.

Il punto è, ancora una volta, che questo trend è IMPOSSIBILE DA FRENARE, figuriamoci invertire, per il banal motivo che non è nemmeno lontanamente concepibile, nei prossimi anni, una crescita a due cifre dell'economia USA, crescita che del resto permetterebbe a stento di mantenere il livello di indebitamento/deficit, comunque elevatissimo, anche tenendo conto che quello del settore privato è ancora peggio di quello pubblico e quindi gli utili da tassare/tosare per raddrizzare il budget federale sono e saranno ben poca cosa.

Ma vi è di peggio. Negli USA, ve lo ricorderete, la previdenza è quasi interamente privata ( Obama ha cominciato ad invertire la rotta, per garantire un minimo di assistenza anche ai meno abbienti ma la cosa, purtroppo pesa ancora di più sulle casse dello stato). Anche questa previdenza presenta costi in aumento verticale e va a drenare risorse che quindi non possono essere utilizzate per ripianare i conti dello stato.

Insomma: gli USA, non solo come Stato ma come nazione (noi tutti, in ultima analisi) hanno fatto una enorme scommessa, pagabile in un remoto futuro, su una crescita sufficiente a pagare la scommessa fatta. E l'hanno persa.

Purtroppo il remoto futuro è arrivato e, avendo perso la scommessa, non vi sono i soldi per pagarla. Il denaro virtuale, necessario ad onorare le poste, tale resta e resterà.

Questo sono, quindi, i cosidetti debiti sovrani: delle scommesse perse.

Finchè si trattava di un piccolo paese, come la Grecia, si è trovato il sistema ( o la quadra, come si usa dire in questi giorni) trasferendo la scommessa su spalle più solide.

Ma in questo caso spalle più solide non ve ne sono ed anzi, già ora, la scommessa continua ad essere onorata, in piccole tranches e con crescente difficoltà, da chi ha appena cominciato a giocare. I paesi emergenti, naturalmente, la Cina, l'India, la Corea...

Alla fin fine, se ci pensate è un immane schema Ponzi, su scala planetaria.

In questo schema, come del resto nei suoi esempi più classici, oltre un certo livello NESSUNO va a vedere davvero cosa c'e' dietro le carte e i numeri, perchè farlo vorrebbe dire contabilizzare perdite enormi, portare al fallimento il proprio istituto e fo***re per benino la propria luminosa carriera da top manager.

Purtuttavia, prima o poi, qualche cosa nel complesso meccanismo cede e i sistemi di sicurezza non riescono a frenare la reazione a catena. BUM.

Quando?

Come?

Beh, presto, anche solo per la cruda potenza dei numeri.

Gli allarmi stanno già suonando, peraltro, in un forzoso disinteresse quasi totale.

Alla fine, quindi, il pianetino in arrivo nel 2012 (forse prima) non sarà qualcosa di palpabile, di reale, ma, come in fondo è giusto, in questo multiverso virtuale, un pianetino virtuale che craterizzerà gli altrettanto immaginari sistemi cartacei e risparmi mondiali.

Distrutta cosi la credibilità delle banche centrali, i risparmi e probabilmente le monete, resterà da trovare, a polverone depositato, un bene posto a garanzia delle nuove monete che risorgeranno, inesorabilmente, dopo il patacrac.

Continuo a pensare che vi siano due alternative possibili: una moneta universale basata su una qualche unità di misura di energia (il kWh potrebbe andare bene) o una moneta il cui valore sarà garantito da beni fisici: immobili, terreni, infrastrutture o intellettuali: brevetti, ad esempio. Come ben sanno i vecchi lettori ho una vecchia fissa in merito ed è l'esempio dato dalle monete coloniali pre unioniste.

Dopo tanti sconquassi è altamente probabile che, per un bel pezzo nessuno vorrà sentire parlare di monete e valute virtuali. Il denaro verrà messo in circolo da coloro che lo chiederanno DIRETTAMENTE in prestito alle banche centrali, mettendo a garanzia beni reali. Del resto il sistema bancario, premessa necessario per la creazione di quelle economie cartacee, avrà virtualmente cessato di esistere.

Certo: vi sarà una stretta creditizia ENORME rispetto alla situazione attuale.

E' una logica conseguenza della fine dell'illusione della crescita infinita.

In un mondo dove più che la crescita sarà l'evoluzione a dominare, questo non dovrebbe costituire un problema, anzi.

Credo che i nostri figli e/o nipoti non riusciranno mai a comprendere come potessimo credere che il gioco sarebbe continuato sine die e come non ci si sia accorti in tempo del disastro in arrivo. Eppure, la Storia insegna che tutto ha una semplice, sempiterna, disarmante spiegazione che consiste nella sostanziale incapacità reale di scontare correttamente gli effetti a lungo termine.

Il punto di vista unanime e prevalente, quando qualcuno prova a farlo, è stato ben espresso da una memorabile frase, ovviamente di Keynes: "nel lungo termine saremo tutti morti".

Il che è verissimo, ovviamente.

Si potrebbe, magari, discutere sul come arrivare a quel pochissimo atteso traguardo.

Ecco che, di nuovo, Keynes ci suggerisce come:

  • The day is not far off when the economic problem will take the back seat where it belongs, and the arena of the heart and the head will be occupied or reoccupied, by our real problems — the problems of life and of human relations, of creation and behaviour and religion. (First Annual Report of the Arts Council (1945-1946))

Non è lontano il giorno in cui il problema economico prenderà il posto che gli compete, ovvero il sedile posteriore e l'arena del cuore e la testa saranno occupate o ri-occupate dai nostri reali problemi, i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione....

Ecco.

di Pietro Cambi

1.7.10

Un attacco imminente contro il Pakistan



Perché gridare “al lupo” con lo Stato Maggiore israeliano?

Si fa molto caso al fatto che, già da qualche giorno, uno squadra americana ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Mar Rosso. La portaerei Truman e una dozzina di navi di scorta, fra cui un lancia missili israeliano, si dirigono verso il Golfo Persico, a quanto scrive lo stesso giornale Haaretz, con notizie di prima mano in provenienza dallo Stato Maggiore israeliano (1).

Nel frattempo ufficiali dell’armata israeliana, sempre loro, informavano il Sunday Times di Londra, dell’accordo con l’Arabia Saudita, per un uso offensivo del suo spazio aereo, in previsione di un attacco israeliano imminente contro i centri di ricerca nucleare iraniani. Di fronte ad un’immediata smentita formale ed ufficiale dell’Arabia Saudita, i venditori di voci si sono fatti suggerire come via alternativa sia la Giordania, che l’Irak o il Kuwait, sotto occupazione americana (2), che sarebbero il nuovo corridoio dell’attacco imminente contro l’Iran. Bombe da varie tonnellate di peso, le anti-bunkers Blu-117, sarebbero inviate verso la base americana di Diego Garcia e verso i depositi di sicurezza americani in Israele. Gli aerei americani B-2, capaci di bucare le difese anti-aeree iraniane, sarebbero pronti a decollare per attaccare l’Iran, senza contare qualche sottomarino nucleare Dolphin, fornito dalla Germania ad Israele, che sarebbe in immersione nel Golfo Persico.

Come se questo scenario apocalittico non fosse sufficiente, il giornale il Manifesto, fornisce un’informazione molto precisa, anch’essa proveniente dallo Stato Maggiore israeliano: truppe aerotrasportate e marines farebbero parte della squadra che ha attraversato il canale di Suez. Il misterioso ufficiale dello Stato Maggiore israeliano ha rifiutato, tuttavia, di svelare la data e l’ora precise dell’attacco contro le centrali nucleari iraniane di Bushehr. Ci si meraviglia di una tale mancanza di cortesia dalla parte di un ufficiale tanto prolisso (3)

Per Michel Chossudovsky l’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU, che autorizza delle sanzioni aggravate contro l’Iran, non sarebbe niente altro che un semaforo verde dell’ONU, ad un attacco preventivo americano-israeliano contro l’Iran. Il signor Chossudovsky conclude che “La risoluzione del Consiglio di sicurezza trasforma l’Iran in una facile preda”. (4)

Nessuna risoluzione dell’ONU può trasformare l’Iran in una facile preda per l’imperialismo americano. Gli Stati Uniti lo hanno già provato al momento dell’invasione dell’Irak, fanno a meno delle risoluzioni dell’ONU, quando decidono d’aggredire e d’invadere uno Stato libero ed indipendente. Gli Stati Uniti non hanno assolutamente necessità degli aerei F-16 di cui hanno fornito gli israeliani, come anche della nave porta missili e ancora meno del sottomarino nucleare israeliano, di seconda mano, per effettuare una tale aggressione, contro i centri di ricerca nucleare iraniani. Al momento dell’attacco contro l’Afganistan, come anche al momento dell’invasione dell’Irak , ufficialmente, le truppe israeliane erano state tenute lontano dal teatro delle operazioni. Se aerei B-2 sono stati localizzati a Diego Garcia, possono effettuare il lavoro di distruzione, ed è inutile implicarci gli aerei americani pilotati dagli israeliani, è totalmente ridicolo portare una portaerei americana nel Golfo Persico per renderla preda della contro-offensiva iraniana e per eventualmente bloccarla, con tutta la sua squadra in questo piccolo mare interno, nel caso della chiusura dello stretto di Ormuz.

Infine, gli Stati Uniti, si sarebbero ridotti a prospettare l’utilizzo dell’arma atomica contro l’Iran? No, sicuramente non ancora. Ultimo argomento, dopo il crollo irakeno dal quale gli americani non sono ancora usciti, ma dal quale sperano di uscire prossimamente, grazie alla collaborazione dell’Iran sciita, e del suo appello alla calma, rivolto ai resistenti sciiti irakeni, è assolutamente escluso che gli Stati Uniti possano prospettarsi uno sbarco e un’invasione terrestre dell’Iran. Siamo seri, un milione di soldati irakeni sono stati tenuti sotto scacco dall’Iran khoomeinista. Quanti soldati americani sarebbero necessari per occupare il territorio iraniano?

Senza contare che le truppe della NATO affondano sempre più nella palude afgana, dove sono poste sotto scacco dalla resistenza afgana, non beneficiante affatto del sostegno iraniano, ma solamente del sostegno dei loro fratelli d’armi del Pakistan, dove gli attacchi aerei americani fanno numerose vittime civili, senza peraltro, marcare alcun successo militare. Immaginate qualche istante l’avvenire delle truppe della NATO in questa parte del mondo se l’Iran sostenesse la resistenza afgana, la resistenza pakistana, e se lanciasse la resistenza sciita irakena, contro i collaboratori kurdi e contro i collaboratori irakeni! Dopo tutti questi disastri militari americani, chi crederà veramente che gli Stati Uniti si preparano ad aprire un nuovo fronte militare contro l’Iran?


La Risoluzione 1929 dell’ONU

Cosa dice la risoluzione 1929, che presenta tutta una nuova raffica di sanzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 9 giugno scorso? “Il Consiglio di sicurezza ha votato l’imposizione di una quarta serie di ampie sanzioni contro la Repubblica islamica dell’Iran, che comprendono un embargo sulle armi come anche dei: controlli finanziari più severi”. Il presidente Ahmadinejad ha, da parte sua, qualificato la risoluzione del Consiglio di carta sporca senza valore (5). Contrariamente a M. Chossudovsky noi non crediamo che tale risoluzione fornisca “semaforo verde all’alleanza militare Stati-Uniti-NATO-Israele per minacciare l’Iran di un attacco nucleare preventivo e punitivo, corroborato dal sigillo del Consiglio di sicurezza dell’ONU.” (6)

E’ d’altronde la ragione che spiega perché gli alleati dell’Iran, la Russia e la Cina, hanno preferito votare a favore di questa ingiusta risoluzione, iniqua ma in pratica inoffensiva, che entrambe queste potenze non hanno affatto l’intenzione di rispettare, come sospetta il signor Chossudovsky: “se essa fosse pienamente applicata, non solamente la risoluzione invaliderebbe gli accordi bilaterali di cooperazione militare con l’Iran, ma creerebbe una breccia nell’Organizzazione della cooperazione di Shangai (OCS)”. (7) Buona conclusione signor Chossudovsky.

E’ pericoloso per i democratici del mondo e per i popoli intrisi di pace e di giustizia, speculare sulle alleanze imperialiste e proporre d’appoggiare un’alleanza aggressiva (l’OCS) contro un’altra alleanza aggressiva (la NATO) come suggerisce l’autore dell’analisi: “La Federazione Russa e la Repubblica popolare Cinese hanno ceduto alle pressioni americane e hanno votato a favore di una risoluzione, che non è solo pregiudizievole per la sicurezza dell’Iran, ma che indebolisce seriamente e sabota il loro ruolo strategico come potenziali potenze mondiali rivali sullo scacchiere geopolitica eurasiatico”. (8) Cosa ha guadagnato il mondo dal rinforzarsi delle potenze rivali russa e cinese? La guerra fra potenze rivali?

Come prova, che nessuno conta di rispettare questa nuova raffica di sanzioni adottata dal Consiglio di sicurezza, pochi giorni dopo l’adozione della Risoluzione 1929, il Pakistan firmava un accordo d’approvvigionamento di gas con l’Iran e apriva la porta all’approvvigionamento cinese tramite un oleodotto, che evita il tanto minacciato Stretto di Ormuz. Questo ultimo punto è di natura tale da indisporre fortemente gli americani (9) che perdono così un potente mezzo di pressione sull’economia cinese. Noi l’abbiamo già scritto, gli americani non fanno la guerra in questa parte del mondo per costruire degli oleodotti ed assicurare l’approvvigionamento in idrocarburi, ma per ostacolare la costruzione d’oleodotti e l’approvvigionamento dei loro concorrenti commerciali in petrolio e in gas a prezzi economici (10).

Gli americani desiderano, in questo momento storico, perturbare l’approvvigionamento di petrolio e di gas dei loro alleati europei e giapponesi, come dei loro concorrenti e fornitori indiani e cinesi? Non lo crediamo. Un aumento drastico del prezzo delle energie fossili, trascinerebbe l’economia americana e mondiale in una crisi indescrivibile, mentre essa non si è ancora rimessa dalla crisi speculativa conto l’euro (11).


Chi è minacciato dalla portaerei americana e dai suoi complici israeliani?

E’ vero che il lupo americano morde in queste contrade e che prepara un’aggressione a grande scala, ma non è con l’Iran, che se la prenderà questa volta. I popoli del Pakistan e del sud dell’Afganistan corrono immensi pericoli e ci si può aspettare dei bombardamenti massicci e dei massacri di massa in queste due regioni. Quelli che desiderano comprendere le ragioni del movimento a favore del combattimento in Medio-Oriente, devono guardare all’espulsione del generale in capo delle truppe d’occupazione americane in Afganistan, il generale McChrystal, “dimissionato” per aver rifiutato di condurre una nuova sanguinosa offensiva assassina nella provincia del Kandahar (12). Non si deve gridare al lupo, non appena una portaerei americana si sposta – si spostano in continuazione – ma è necessario analizzare la situazione, senza lasciarsi ingannare dagli ufficiali dello Stato Maggiore israeliano, senza una tale prudenza elementare, l’analista diventa il loro portavoce, ed il loro “papagaio” (pappagallo).

Si deve denunciare l’aggressione imminente delle forze combinate della NATO, d’Israele e degli Stati Uniti contro la resistenza e contro i popoli del nord del Pakistan e del sud dell’Afganistan.

Robert Bibeau