15.2.09

NON SI PUO' PARLARE DELLA REALTA' DI ISRAELE

OMID MEMARIAN INTERVISTA L'EX AGENTE CIA ROBERT BAER
IPS

In un’intervista a “IPS” Baer ha parlato delle implicazioni regionali del conflitto di Gaza e delle sue opinioni sulla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, su Hamas e sugli Hezbollah, i tre gruppi principali del Medio Oriente che sono annoverati tra i terroristi.

A seguire estratti dall'intervista.


IPS: Alcuni analisti ritengono che gli attacchi ad Hamas a Gaza, due anni dopo la guerra dei 34 giorni fra Israele e gli Hezbollah, facciano parte di un più vasto piano che si concluderà con l’attacco agli stabilimenti nucleari dell’Iran. Israele sta davvero seguendo questa strada?

Robert Baer: No. Penso che esista un veto militare per gli attacchi all’Iran. Non è proprio possibile.

IPS: Perché è impossibile?

RB: Beh, per un motivo: sappiamo che ci sarebbe una reazione iraniana nel Golfo. L’Iran non risponderebbe ad un attacco, come quello fatto ad Hamas, solo localmente. La sua sarebbe una reazione di portata internazionale. Non c’è scampo. E’ questa la loro forza di deterrenza. In Iran è molto importante capire molte lezioni.

Se andate a vedere il sito del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC), potrete vedere ciò che hanno imparato dalla guerra Iran-Iraq. Queste sono guerre d’attrito; vanno avanti per sempre. Non potete vincerle, soprattutto contro gli Stati Uniti. Perciò essi hanno sviluppato un’abilità bellica secondaria e asimmetrica, la guerriglia, che è molto efficace.

Sapete già che alcune delle migliori menti dell’Iran sono entrate fra i Pasdaran (La Guardia Rivoluzionaria), e non è detto che essi siano fanatici. In un certo senso erano solo persone più nazionaliste di altre. E so, per esperienza diretta, che queste persone fra i Pasdaran, che agiscono a livello operativo, sono probabilmente i più capaci, intelligenti guerriglieri e strateghi politici di tutto il medio oriente, compresi Israele e Giordania. Sanno molto bene ciò che stanno facendo. E non sono chiaramente inseriti in alcuno schieramento politico dell’Iran.

[La Guardia Rivoluzionaria Iraniana]

IPS: E’ fuori questione anche un possibile attacco di Israele, limitato alle basi nucleari Iraniane? Dato ciò che abbiamo letto in un recente articolo del New York Times, secondo cui lo scorso anno i leader israeliani avevano chiesto al presidente Bush di avviare un attacco di questo genere, ma il presidente non aveva accettato.

RB. E’ totalmente fuori questione. Anche Bush lo ha capito. Il New York Times ha detto bene quando ha scritto che Bush aveva posto il veto ad un attacco di Israele, semplicemente perché esiste un equilibrio di forze nel Medio Oriente tra gli Usa e l’Iran ed è un equilibrio piuttosto alla pari. Non intendo per quanto riguarda forze come aerei, carri armati e sottomarini, ma per quel che riguarda il monopolio della violenza, in cui c’è eguaglianza. Non c’è dubbio su questa eguaglianza. Potreste bombardare Teheran, ma cosa ne ricavereste? Nulla. Sarebbe come il bombardamento della sede delle Nazioni Unite a Gaza da parte di Israele. Che cosa ne ha guadagnato Israele? Nulla. Certo loro possono distruggere quella sede, ma che cosa ne ricaveranno? Hamas continuerà ad esistere.

Potete bombardare tutte le basi militari dell’Iran per due settimane filate, ma l’Iran resta ancora lì – ha ancora la capacità di proiettare la sua forza, di proiettare la sua volontà e può darsi anche che esca da questo tipo di conflitto ancora più forte. La forza dell’Iran è basata sull’economia, il prezzo del petrolio non vi incide un granché, semplicemente perché l’idea di armare gli Hezbollah o di sostenere Hamas a Damasco, in termini monetari non significa nulla. Voglio dire che anche se il petrolio scendesse sino a 10 dollari al barile esso costituirebbe comunque ancora una difesa sufficiente per l’Iran.

IPS: Obama ha ripetutamente detto di voler parlare con i leaders iraniani e di voler portare cambiamenti nella politica estera americana. In che modo Dennis Ross, incaricato come consulente-chiave per l’Iran potrà contribuire al mantenimento delle sue promesse?

RB: Dennis Ross –la cosa importante è che piace a Israele. Se vi sarà un dialogo con l’Iran, gli israeliani sanno che lui non li tradirà. Voglio dire che per anni e anni loro lo hanno messo alla prova. E’ un ebreo, è stato onesto nei confronti degli israeliani; li ha seguiti nei loro progetti, anche in quelli più pazzi. Se vi sarà un dialogo gli israeliani sanno che non avranno sorprese. Se Obama avesse affidato l’incarico a qualcuno di nuovo, qualche professore di Harvard che gli israeliani non conoscevano, lo avrebbero immediatamente tagliato fuori e ci sarebbe stato un’enorme contraccolpo politica.

IPS: Date le posizioni di Ross su certe questioni del Medio oriente ed in particolare sull’Iran, nel corso degli ultimi dieci anni, come farà Obama ad essere in grado di adottare una nuova politica estera in quella regione?

RB: Beh, lui (Obama) ha bisogno del sostegno del Partito Democratico per portare avanti queste politiche ed è per questo che ha introdotto nel suo governo persone come Dennis Ross e Denny Blair, il direttore della National Intelligence, semplicemente perché ha bisogno di questo appoggio politico. Non può portarsi nel governo persone non esperte e contrapporle al Partito Democratico perché se esiste una possibile apertura con l’Iran, sarà in accordo con Israele, può darsi un accordo implicito, non espresso, semplicemente perché gli israeliani devono essere d’accordo.

Nelle politiche americane non è possibile fare alcuna cosa in Medio Oriente senza l’approvazione di Tel Aviv, almeno a certi livelli. E’ impossibile. Voglio dire che non mi viene in mente un’altra nazione, tantomeno una superpotenza, in tutta la storia, che sia così obbligata verso un paese così piccolo. Non posso neppure immaginarlo.

IPS E perché è così?

RB: Guardate New York. Guardate i suoi quotidiani principali. Danno la priorità all'agenda sionista. Lo fanno. Io non sono ebreo. Non sono niente. Non m’importa degli israeliani. E non sono un antisemita. Dico solo quel che è. Ho suggerito al mio editore di scrivere un libro su Israele, e lui mi ha risposto: scordatelo! Non puoi parlare della realtà di Israele. L’unico posto in cui puoi parlare di questo è in Israele. Loro ti dicono cose che non sentirai mai negli Stati Uniti.

IPS: Che cosa ?

RB: Ad esempio, perché a Gaza ci sono persone così infelici? Beh, se doveste vivere in prigione, non sareste infelici? Non troverete mai queste cose sul New York Times; guardate il New York Times: è quasi un’estensione israeliana.

IPS: Che impatto avrà il conflitto di Gaza sui futuri rapporti fra Israele, Iran e Stati Uniti? I recenti attacchi hanno distrutto completamente Hamas?

RB: No, è impossibile. Hamas è un’idea. Hamas non è un’organizzazione. E’ un’idea e, a meno che Israele non proceda spingendo un milione e mezzo di persone in Egitto, non sottometterà mai Gaza. Possono continuare e far valere la loro leadership e mettere in prigione diecimila persone, ma Hamas ne verrà fuori più forte. Chi perderà in questa guerra sarà Fatah.

[Hassan Nasrallah con Michel Aoun]

IPS Quali sono le principali caratteristiche di Hamas e degli Hezbollah sotto il profilo politico e militare?

RB: Essi ridefiniscono l’idea bellica geograficamente. Il fatto che gli Hezbollah si nascondano nelle grotte e che usino fibre ottiche per comunicare dimostra una combinazione di grandi tecnologie abbinate a un modo di combattere primitivo. Voglio dire: quale esercito nel mondo, ad eccezione degli Hezbollah, usa fibre ottiche per comunicare? Non si possono intercettare le fibre ottiche. Non c’è nulla che si possa fare.

Guardate il leader Hezbollah Nasrallah. Ha ridisegnato la politica islamica perché si è alleato con un Cristiano [Michel Aoun del Movimento Patriottico Libero]. Bin Laden vuole uccidere i Cristiani; semplifico le cose in questo modo. Nasrallah li vede come degli alleati.

Robert "Bob" B. Baer (1 luglio 1952) è uno scrittore ed ex ufficiale della CIA dal 1976 al 1997. Nel 2003 pubblica "La disfatta della CIA" e l'anno successivo "Dormire con il diavolo"

Chiedete scusa a Beppino Englaro

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DA ITALIANO sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata. Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l'altra, senza che vi fossero parti da difendere.

Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità - e persino di bellezza - attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all'interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.

Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un'alimentazione e un'idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino. Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo.

Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato a riconoscere il dolore altrui prima d'ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l'unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell'essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant'Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.




Conosco questa storia cristiana. Non quella dell'accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l'arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato - smunto? Gonfio? - le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell'immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all'essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov'era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov'è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie.

Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia. Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l'Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull'ennesima vicenda.

Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l'opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un'altra storia. E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l'epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare. È questa l'Italia del diritto e dell'empatia - di cui si è già parlato - che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un'Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.

© 2009 by Roberto Saviano

I giovani che si autorecludono

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Alex ha messo un chiavistello alla porta della sua stanza e per oltre sei mesi ha chiuso il mondo fuori. Andrea da nove passa le sue notti su Internet perché la vita vera, dice, è lì. Anna esce dalla camera solo di notte per assaltare il frigorifero. Luca risponde esclusivamente a chi lo chiama con il «nick» perché il suo nome gli suona vuoto come la sua esistenza. Confondono il giorno con la notte, parlano con gli sconosciuti e sono sconosciuti in casa loro. Sono le esistenze rovesciate degli "hikikomori", i giovani autoreclusi, non più solo giapponesi.
Per conoscere le loro storie devi parlare con le sentinelle impotenti del loro ritiro. Genitori, fratelli, amici: «Mio figlio per oltre sei mesi mi ha parlato solo attraverso la porta e solo per urlarmi "lasciami in pace"»; «Mia sorella esce quando tutti dormono: mi ruba le sigarette dallo zaino e torna a rinchiudersi ». Ma per incontrarli non puoi che andarli a cercare nel loro regno: Internet. Ecco Chaoszilla, dà un nome agli autoreclusi come lui: «Io sono un hikikomori »; Pavély spiega cos'è, un hikikomori: «È una parola giapponese. Indica il comportamento di quei ragazzi che per anni vivono in casa, senza affrontare la vita e l'amore. Solo Internet e fumetti. Cosa importante: io sono uno di loro»; Miki s'identifica, quindi quantifica il fenomeno: «Ve lo dico: hikikomori è un traguardo, è la frontiera. In Giappone sono circa un milione. In Italia siamo mostruosamente indietro ma la necessità di isolarsi dall'orribile mondo esterno vedo che si diffonde sempre di più».


Su una cosa Miki e il mondo fuori dalla sua stanza sono d'accordo: gli hikikomori, anche in Italia, sono sempre di più. Non esistono statistiche sulla «lost generation » nostrana. Solo le testimonianze di psicologi: oltre 50 i casi che abbiamo registrato. E le storie (nascoste dietro nomi di fantasia) di Alex: 16 anni e una vita in 20 mq scandita dal rombo degli aerei di Malpensa; Andrea: un anno in più di Alex e una «cella » alle porte di Brescia; Valentina: rinchiusa in un appartamento sull'Adriatico; Luca: solo di recente uscito dal suo «guscio» in Gallura. Più maschi che femmine. Quasi sempre «under 18», almeno in Italia. Molto intelligenti, creativi, ma introversi. Letteralmente giovani «in ritiro», ragazzi che senza un apparente motivo si chiudono nella loro stanza. Chi (come Oblomov di Goncarov) per incapacità di affrontare il mondo, chi (è il caso di Miki) per esprimere la sua rabbia. E ancora: chi per mesi, chi per anni. Il record nostrano: tre-quattro anni. Quello nipponico: 15 e più. Per alcuni la clausura è totale, per altri parziale: qualcuno esce dalla propria stanza per cenare con i genitori, per andare in vacanza, chi vive solo è obbligato a farlo per comprare del cibo nel supermercato più vicino.


In Giappone gli hikikomori sono un fenomeno culturale e sociale: sono oltre un milione, l'1% della popolazione, il 2% degli adolescenti. Alcuni ricercatori, tra cui Michael Zielenziger (suo il saggio Non voglio più vivere alla luce del sole), hanno avanzato l'ipotesi che anche la principessa Masako Owada, ne sia affetta. La colpa della loro autoreclusione è stata data alle pressioni sociali, alla severità del sistema scolastico, alla spinta verso l'omologazione, alle madri oppressive, ai padri assenti, al bullismo. Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare quello che viene definito un disturbo («non una patologia»). Ma è stato anche il primo a evidenziare alcuni punti di contatto tra i ragazzi giapponesi e i «mammoni italiani». A ricordarlo è Carla Ricci, antropologa con una vita a Tokyo e autrice del libro Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione.
«Il fenomeno è tipicamente giapponese. Ma da lì si sta allargando in Corea, Usa, Nord Europa, Italia». La prima analogia: «Lo stretto rapporto con la madre. Proprio il suo essere iperprotettiva, spesso entrambi i genitori lo sono, può rendere il figlio narcisista e fragile. E alla prima difficoltà si ritira». Inizia col passare sempre più ore nella sua camera, col disertare le cene in famiglia, niente amici, sport, cinema. «Finché un mattino dice di non voler più andare a scuola perché ha bisogno di riposarsi».

Nell'ultimo anno all'Istituto «Minotauro» di Milano, dove lavorano Gustavo Pietropolli Charmet e Antonio Piotti, si sono rivolti i genitori di oltre 20 ragazzi. Le loro storie sono coperte dal più stretto riserbo. «Cinque i più gravi: vivono chiusi nelle loro stanze da ormai tre anni». Spiega Pietropolli Charmet: «In ogni momento storico e in ogni Paese i giovani hanno dato sfogo al loro malessere: le isteriche di Freud, i tossicodipendenti anni '60-'70, le nostre anoressiche. Gli hikikomori sono figli della cultura giapponese, ma i nostri "autoreclusi" condividono con loro più di un aspetto». Continua Piotti: «Innanzitutto la vergogna narcisistica. Lo scarto tra il loro desiderato e il reale è troppo forte. Colpa anche delle eccessive aspettative dei genitori ». All'origine c'è poi spesso una fobia scolastica. «Ma mentre i ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe, i nostri scappano dall'incapacità di gestire relazioni di gruppo». Identico il risultato: «Si chiudono in una stanza. Sostituiscono la vita reale con quella virtuale. Ma Internet e i giochi di ruolo sono solo una conseguenza, non una causa», afferma Giuseppe Lavenia, del Centro Nostos di Senigallia, una decina di casi trattati. Spesso, come le anoressiche, negano il proprio corpo. Ultimo passo: l'inversione del ritmo circadiano, vivono di notte e dormono di giorno.
Più il ragazzo vive nel suo guscio, e per questo soffre, più è difficile farlo uscire. «Il problema è entrare in contatto con loro», dice Giovanna Montinari, psicoterapeuta della cooperativa romana «Rifornimento in volo», altri due casi allo studio. Non resta che parlare con i genitori, con gli amici. «Ma a volte il contatto arriva solo grazie a quello che chiamiamo "compagno o fratello maggiore", un giovane psicoterapeuta». È il caso di Alex: la prima persona a cui ha aperto la porta, dopo oltre sei mesi di autoreclusione, è stata la «sorella maggiore» che ha bussato alla sua chat.

Alessandra Mangiarotti

Il fuoco consuma un grattacielo ma l'edificio non crolla

Fiamme gigantesche riempiono tutti i 44 piani dell'edifico, ma questo rimane su, mentre poche fiamme in solo 8 piani del WTC7 hanno fatto crollare il grattacielo in soli 7 secondi, quell'11 settembre. Come può spiegarsi ciò alla luce del "nuovo fenomeno" indicato dal NIST?

Un violento fuoco ha intaccato oggi, a Beijing, tutti i 44 piani di un grattacielo, scagliando nell'aria fiamme alte quasi dieci metri, ma diversamente dal WTC-7, di analoghe dimensioni e che subì piccoli incendi limitati a soli 8 piani, l'edificio in Cina non è crollato.

"Il fuoco bruciava dal piano terra su fino all'ultimo piano, le fiamme si riflettevano nei vetri della facciata della torre della principale Tv via cavo, vicino all'hotel ed al centro culturale," riferisce il New York Times .

" Il complesso di 241 stanze dell'Hotel Mandarin incluso nell'edificio, doveva aprire quest'anno. Le fiamme sono scoppiate verso le 7 e 45 del mattino ed in 20 minuti il fuoco aveva invaso tutto l'edificio, che domina quella parte della città."

" Centinaia di mezzi dei vigili del fuoco e della polizia hanno impedito qualsiasi accesso all'edificio - che era predisposto per ospitare un hotel di lusso di prossima apertura nel 2009 - mentre fiamme lunghe fino a 10 metri si stagliavano nell'aria," questo aggiunge il The London Times .

Paragoniamo le immagini del WTC-7 con quelle del fuoco del grattacielo di Beijing. Osservate che il grattacielo di Beijing sembra inclinato, ma ciò dipende dall'insolita architettura del suo progetto - infatti non ha patito alcun tipo di distorsione o crollo.


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WTC 7
Quale di questi due edifici apparirebbe, sia ad un osservatore razionale che ad uno schizzato, come quello con più probabilità di crollare? Eppure quello che è crollato sulle sue fondamenta, in 7 secondi, l'11 settembre, è stato il WTC-7. Il grattacielo di Beijing, benchè esposto agli attacchi del fuoco, è rimasto in piedi. E questo, gli "smascheratori" come lo spiegano? Com'è che l'"espansione termica", quel "fenomeno" appena inventato dal NIST non si applica al grattacielo di Beijing? Può il fuoco avere proprietà diverse negli USA che in Cina? Può comportarsi in modi che variano a seconda della nazione nella quale si trova?
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Ricordiamoci che il WTC7 era stato strutturalmente rinforzato ed aveva patito incendi limitati e solo su otto piani. Davanti a questi avvenimenti di Beijing, il fulcro della spiegazione del NIST - cioè che un "evento straordinario" chiamato "espansione termica" fosse la causa dell'improvviso crollo totale del WTC-7 - risulta un chiaro imbroglio soprattutto se si considera l'innumerevole quantità di edifici che hanno subito dei considerevoli incendi nella maggior parte dei loro piani e sono rimasti su, mentre il WTC-7 ha subito solo piccoli incendi in una manciata di piani.

L'incendio del grattacielo di Beijing fornisce una prova ancora più confrontabile per smascherare il monolitico imbroglio secondo il quale il fuoco da solo possa danneggiare al punto da far crollare degli edifici come se implodessero, e fornisce ancora più consistenza alle argomentazioni in base alle quali sia il WTC-7 che le torri gemelle siano state distrutte con esplosioni che sono state viste ed udite da dozzine di testimoni che si trovavano a "ground zero" [ che in italiano andrebbe tradotto con : "punto di origine" o "centro del bersaglio", ndt, ... ].
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Ma prendiamo in considerazione un altro esempio, il palazzo Windsor a Madrid , un grattacielo di 32 piani diventato un inferno per quasi 24 ore prima che le squadre antincendio riuscissero a spegnere le fiamme. Benchè l'edificio fosse stato costruito con colonne di uno spessore solo frazione dello spessore delle colonne delle torri gemelle, così come mancavano totalmente di sistemi antincendio, solo la cima è leggermente crollata mentre l'integrità della struttura nel complesso è rimasta decisamente intatta.

Confrontiamo le immagini dell'incendio al palazzo Windsor con quelle del WTC-7 e delle torri gemelle.

L'incendio al grattacielo di Beijing è un promemoria nudo e crudo e se togliamo di torno quel sospetto, programmato ed incomprensibile delirio del NIST, c'è un fatto solo che rimane abbondantemente chiaro: gli incendi negli uffici - anche quelli del tipo "inferno di fuoco" - non fanno implodere su se stessi e crollare i moderni edifici, tale risultato può essere ottenuto solo con esplosivi piazzati allo scopo.

L'incendio Windsor, l'incendio Beijing e molti altri a venire, sottolineano dolorosamente la terribile verità che l'unico modo col quale il WTC-7 e le torri gemelle potessero crollare così come sono crollate è per mezzo di demolizioni controllate.

Paul Joseph Watson

“L’eroe di Davos”

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Non c’è oggi in Istanbul una strada che non sia addobbata da una bandiera palestinese o uno striscione che inneggi al boicottaggio dei prodotti israeliani o condanni l’operazione contro Gaza. Nei centri culturali, nelle moschee e nelle scuole si raccolgono aiuti per la popolazione di Gaza. Durante i giorni di guerra, il governo turco più volte ha denunciato le operazioni militari come inumane e sproporzionate. Non ci sono state azioni diplomatiche o commerciali, però, forse nessuno ad Ankara si aspettava che sarebbe durata così tanto.

Molti si chiedevano come è possibile che dinnanzi ad un paese così piccolo come Israele nessuno alzasse la voce. Beh questo avveniva fino a ieri. In uno dei dibattiti del World Economic Forum di Davos, si parlava della questione palestinese. Quattro i partecipanti: il presidente della Lega Araba, Ban Ki-mun, Shimon Peres e il Primo Ministro turco Erdogan. Peres con grande presunzione ha difeso l’operazione israeliana, ha denunciato l’incapacità delle autorità palestinesi, ed ha elencato le azioni di assistenza umanitaria israeliana nei confronti degli affamati palestinesi. Erdogan non ha resistito e dopo 25 minuti di discorso di Peres (avrebbe dovuto parlare solo 12 minuti come gli altri) ha iniziato dicendo: “Io vorrei dire solo due parole. Il sesto [in realtà è il quinto] comandamento dice ‘Non uccidere’. In questo caso si uccide. In secondo luogo, questo è molto interessante: Gilad Atzmon, dice ‘siamo davanti ad un caso che supera di molto la barbarie’, questo è un ebreo! Un professore di Oxford in relazioni internazionali e allo stesso tempo un ufficiale delle forze armate israeliane dice...” a questo punto il moderatore cerca in tutti modi di fermare Erdogan e non si capisce il resto della frase. Ma si può chiaramente intendere che stava condannando energicamente Israele.

Si capisce molto bene quello che fa dopo il Primo Ministro. Lamentandosi che Peres ha avuto l’opportunità di parlare a lungo (la stessa cosa che non gli è stata riconosciuta) afferma che non verrà mai più a Davos, perchè “voi non ci fate parlare!”. Poi si è alzato e se n’è andato. In altre affermazioni riportate dalla stampa turca Erdogan sembra aver affermato contro la scortesia del moderatore “io non sono un capo tribù, ma sono il Primo Ministro della Turchia!”.

Beh, al suo ritorno veloce in patria Erdogan non era solo il Primo Ministro della Turchia, ma un eroe nazionale. “Un leader mondiale” come inneggiavano gli striscioni che accoglievano poche ore dopo il Primo Ministro all’aeroporto di Istanbul seguito in diretta su tutti i canali televisivi. Beh le tipografie hanno aperto a tarda notte per stampare quegli striscioni. Ma forse hanno chiuso un epoca.

C’era una volta, infatti, una Turchia disinteressata a quello che avveniva nel Medio Oriente e molto fredda davanti alla questione palestinese. Oggi, però, la Turchia vuole giocare un ruolo più importante nell’area. Sappiamo che sta giocando da mediatore per stabilizzare le relazioni tra Siria e Israele. Con non poca dose di nazionalismo, vuole diventare il leader economico e politico del Medio Oriente.

Il quotidiano arabo al-Quds al-Arabi questa mattina si chiede perchè Amru Musa—presidente della Lega Araba e, in passato, ministro degli esteri egiziano—si sia alzato per salutare e ringraziare Erdogan che in collera ha lasciato il Forum, ma non se ne sia andato anche lui. Invece di tornare al suo posto, visto che rappresentava i paesi arabi, avrebbe dovuto anche lui risentirsi delle parole di Peres. Se questa è la leadership dei paesi arabi, forse la Turchia veramente sta per diventare il leader della regione. Intanto, è un giorno di gloria nazionale qui ad Istanbul.
di Ahmed Guida

L'intera strategia del salvataggio economico è inadeguata?

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La recessione americana sta entrando nel suo secondo anno, e la situazione sta solamente peggiorando. La speranza che il Presidente Obama sia in grado di tirarci fuori dai guai è affievolita dal fatto che la distribuzione di centinaia di miliardi di dollari alle banche non è riuscita a rimetterle in sesto, e nemmeno a ridare vita al flusso dell’erogazione dei prestiti.

Ogni giorno ci fornisce una prova ulteriore che le perdite sono superiori a quanto ci si aspettasse e che ci sarà bisogno di sempre più denaro.

Alla fine viene posta la domanda: forse tutta l’intera strategia è inadeguata? Forse quello di cui c’è bisogno è un ripensamento sostanziale. La strategia Paulson-Bernanke-Geithner era basata sulla constatazione che il mantenimento del flusso del credito fosse essenziale per l’economia. Ma era anche basata sull’incapacità di comprendere alcuni dei mutamenti fondamentali nel nostro settore finanziario avvenuti dalla Grande Depressione, addirittura negli ultimi vent’anni.


A seguito: “Il salvataggio bancario di Obama: esiste un’alternativa – risposta a Joseph Stiglitz” (Richard Cook, Globalresearch);

Per qualche tempo c’è stata la speranza sarebbe bastato abbassare a sufficienza i tassi di interesse, inondando l’economia di denaro; ma settantacinque anni fa, Keynes spiegava perché, in una flessione analoga a questa, la politica monetaria è probabilmente inefficace, un’azione di scarsissimo effetto.

Poi c’è stata la speranza che se il governo fosse stato pronto ad aiutare le banche con sufficiente denaro – e per sufficiente s’intende molto – la fiducia sarebbe stata ristabilita, e con il ristabilimento della fiducia i prezzi dei beni sarebbero aumentati e si sarebbe ristabilita l’erogazione dei prestiti.

La cosa straordinaria è che il Segretario al Tesoro dell’amministrazione Bush Henry Paulson e i suoi compari non avevano capito che le banche avevano erogato dei pessimi prestiti e si erano impegnate in giochi d’azzardo sconsiderati. C’era stata una bolla, e la bolla era esplosa. Nessuna discussione potrebbe cambiare questo dato di fatto. E’ diventato ben presto chiaro che non sarebbe bastato dire che eravamo pronti a spendere il denaro. In realtà, dovevamo convogliarlo nelle banche. E la questione era in che modo. Innanzitutto, gli artefici del salvataggio sostenevano (con una fiducia completa e assoluta) che il miglior modo di farlo era di comprare i beni tossici (questo termine peggiorativo non piaceva a coloro che lavoravano nel settore finanziario, e quindi utilizzavano il termine “beni in difficoltà”) – i beni che chiunque nel settore privato avrebbe tenuto a debita distanza con un bastone.

Avrebbe dovuto essere ovvio che questo non poteva essere fatto in maniera rapida e ci vollero diverse settimane per far apparire chiaro questo schiacciante dato di fatto. Inoltre, c’era un problema fondamentale: quanto valutare i beni. E se li avessimo valutati correttamente, era evidente che ci sarebbe stato ancora un enorme buco nei bilanci delle banche, ostacolando la loro possibilità di erogare prestiti.

Poi arrivò l’idea dell’iniezione di capitali, senza condizioni accessorie, in modo che mentre noi versavamo denaro nelle banche, queste lo versavano ai loro dirigenti sotto forma di bonus, e agli azionisti sotto forma di dividendi. Parte del denaro rimasto è stato utilizzato per acquistare altre banche – per portare avanti obiettivi strategici per i quali non potevano trovare finanziamenti privati. L’ultima cosa a cui pensavano era quella di ricominciare ad erogare prestiti. Il problema di fondo è semplice: anche nei tempi d’oro della finanza, c’era un divario abissale tra i compensi privati e i profitti sociali. I manager bancari hanno portato a casa enormi stipendi, anche se, negli ultimi cinque anni, gli utili netti delle banche sono stati (in totale) negativi.

E i profitti sociali sono stati addirittura inferiori – ci si attendeva che il settore finanziario distribuisse il rischio di capitale e di gestione, e non ha fatto bene nessuna delle due cose. La nostra economia sta pagando il prezzo di questi fallimenti – per la bellezza di centinaia di miliardi di dollari.

Ma questo problema sempre presente è ora peggiorato. In effetti, i contribuenti americani sono i principali finanziatori delle banche. In alcuni casi, il valore delle nostre iniezioni di capitali, di fideiussioni e di altre forme di assistenza schiacciano il valore del contributo di capitali del settore “privato”. Eppure non abbiamo voce in capitolo su come vengono gestite le banche.

Questo ci aiuta a capire il motivo del perché le banche non abbiano ancora ripreso ad erogare prestiti. Mettetevi nei panni di un manager bancario che cerca di uscire da questo guaio. In questa congiuntura, nonostante le massicce iniezioni di denaro da parte del governo, vede ridursi il suo capitale. Le banche – che si vantavano di essere i gestori dei rischi – alla fine, e un po’ troppo tardi – sembrano aver riconosciuto il rischio che hanno corso negli ultimi cinque anni. Utilizzare la leva, o il prendere a prestito, frutta grossi rendimenti quando le cose vanno bene, ma quando le cose si fanno spiacevoli, è una ricetta per il disastro. Non è stato un fatto insolito per banche di investimento “far leva” su se stesse prendendo a prestito somme di denaro pari a 25 o 30 volte il loro capitale.

Con una leva di “appena” 25 a 1, una diminuzione del 4 per cento dei prezzi dei beni travolge il capitale netto di una banca – e abbiamo assistito a diminuzioni molto più pesanti nei prezzi dei beni. Altri 20 miliardi di dollari messi in una banca con 2.000 miliardi di beni saranno spazzati via con una diminuzione di appena l’1 per cento dei prezzi dei beni. Che senso ha?

Sembra che alcuni dei nostri funzionari governativi alla fine abbiano trovato il tempo di fare un po’ di calcoli aritmetici. E allora se ne sono usciti con un’altra strategia: “assicureremo” le banche, cioè toglieremo loro la parte negativa di rischio.

Il problema è simile all’iniziativa “contanti in cambio di spazzatura”: come possiamo determinare il prezzo giusto per l'assicurazione? Quasi sicuramente, se addebitiamo il prezzo giusto questi istituti falliscono. Avranno bisogno di massicce iniezioni di capitali e di assicurazioni.

Esiste una leggera variante al tema, molto simile alla proposta originaria di Paulson: acquistare i beni tossici, ma questa volta, non su una base di uno a uno, ma in blocco. Di nuovo, il problema è: come valutiamo le notevoli quantità di rifiuti tossici che eliminiamo dalle banche? Il sospetto è che le banche abbiano una risposta semplice: non preoccupatevi dei dettagli, dateci soltanto una bella manciata di contanti.

Questa variante aggiunge un’altra complicazione al genere di alchimia finanziaria che ha messo nei guai il paese. Per qualche motivo è emersa l’idea che spostando i beni e mettendo quelli tossici in una banca aggregante gestita dal governo, le cose miglioreranno.

La spiegazione logica è che il governo è migliore nel collocare la spazzatura mentre il settore privato è migliore nell’erogare prestiti? I risultati ottenuti dal nostro sistema finanziario nel valutare il merito del credito – dimostrato non solo da questo salvataggio, ma dai ripetuti salvataggi avvenuti nel corso degli ultimi 25 anni – forniscono prove poco convincenti.

Ma anche se dovessimo fare tutto questo – con rischi incerti per il nostro futuro debito nazionale – non c’è ancora nessuna garanzia di una ripresa dell’erogazione dei prestiti. Il fatto è che ci troviamo in una recessione , e i rischi sono alti in una recessione. Essendosi già scottati una volta, molti banchieri se ne stanno alla larga dal fuoco.

Inoltre, la maggior parte dei problemi che colpiscono il settore finanziario sono molto più penetranti. General Motors e GE sono entrambi entrati nel business finanziario e tutti e due hanno mostrato che le banche non hanno il monopolio della cattiva gestione dei rischi.

Più di una banca potrebbe decidere che la miglior strategia è quella conservativa: tenere da parte i propri contanti, aspettare finché le cose non si sistemino, sperare di essere tra le poche banche sopravvissute e quindi iniziare ad erogare prestiti. Naturalmente, se tutte le banche ragionassero così, la recessione sarebbe più lunga e più grave di quanto altrimenti non sarebbe.

Qual è l’alternativa? La Svezia (e diversi altri paesi) hanno mostrato che esiste un’alternativa – il governo acquisisce quelle banche che non riescono a raccogliere capitali sufficienti attraverso fonti private per sopravvivere senza un aiuto del governo.

E’ una pratica corrente chiudere le banche che non rispondono ai requisiti di base sui capitali, ma noi siamo stati quasi certamente troppo benevoli nell’applicare quei requisiti (c’è stata troppo poca trasparenza in questo e in altri aspetti dell’intervento del governo nel sistema finanziario).

Sicuramente gli azionisti e gli obbligazionisti ci rimetteranno ma i loro guadagni nel regime attuale arrivano a spese dei contribuenti. Negli anni buoni, erano ricompensati per aver corso dei rischi. La proprietà non può essere una scommessa unilaterale.

Naturalmente la maggior parte dei dipendenti rimarranno dove sono, e persino buona parte del management. E allora qual è la differenza? La differenza è che ora gli incentivi delle banche possono essere allineati meglio con quelli del paese. Ed è nell’interesse nazionale che venga ripresa una cauta erogazione dei prestiti.

Esistono diversi altri notevoli vantaggi. Uno dei problemi oggi è che le banche potenzialmente sono debitrici l’una con l’altra di ingenti somme di denaro (attraverso i complessi derivati). Con il governo che possiede molte banche, la verifica di quegli obblighi (“tirarli fuori dalla rete”, in gergo) sarà molto più semplice.

Inevitabilmente, i contribuenti americani pagheranno quasi completamente il conto del fallimento delle banche. E la domanda che ci si pone davanti è: fino a che punto partecipiamo nel rialzo degli utili?

Alla fine l’economia americana si riprenderà. Alla fine il nostro settore finanziario sarà di nuovo in funzione, e redditizio, con la speranza che concentri maggiormente la propria attenzione sul fare quello che ci si attende che faccia. Quando le cose cambieranno, potremo privatizzare ancora una volta la banche che ora sono fallite, e i profitti che ne ricaveremo potranno essere di aiuto nella svalutazione dell’enorme aumento del debito nazionale che è stato causato dai nostri mercati finanziari.

Ci stiamo muovendo in acque non autorizzate. Nessuno può essere sicuro che funzionerà. Ma i princìpi economici di vecchia data possono aiutare a guidarci. Gli incentivi contano. La posizione fiscale di lungo periodo degli Stati Uniti conta. Ed è importante riprendere il prima possibile una cauta erogazione dei prestiti.

Buona parte dei metodi al momento in discussione per far quadrare il cerchio non riusciranno nel loro intento. Esiste un’alternativa e dovremmo iniziare a considerarla.

Joseph Stiglitz, vincitore del Premio Nobel, è docente di economia alla Columbia University.

Massa monetaria parallela e invisibile

blackhole
Le banche si prestano con grandissima difficoltà denaro tra di loro: il termometro è il tasso interbancario che rimane anomalo rispetto ai tassi guida tradizionali.
La causa della crisi finanziaria: necessario comprenderla per poter porvi rimedio, se si vuole, ed evitare che si ripeta in futuro in maniera ancora più virulenta e devastante.

La causa profonda è stato il massiccio utilizzo dei CDO (collateralized debt obbligations).
In pratica, le banche hanno suddiviso il proprio portafoglio prestiti in pacchetti di crediti nei confronti di varie categorie di debitori con diversi gradi di affidabilità sul piano della capacità di restituzione del prestito.
A fronte di ognuno di questi pacchetti di crediti, è stato emesso un titolo, il CDO, che da diritto a riscuotere gli interessi residui sulla quota dei prestiti che rappresenta.
Ma chi acquista il CDO si accolla anche una percentuale del rischio di insolvenza.

Il CDO quindi permette a una banca di redistribuire in giro per il mondo tra innumerevoli investitori che hanno acquistato questo prodotto, il rischio di credito nei confronti dei clienti debitori.

Questi titoli, i CDO, possono a loro volta essere dati in garanzia per ottenere liquidità.
La circolazione di un CDO quindi può essere teoricamente infinita come una catena di Sant’Antonio, circolare e a spirale. Ad ogni passaggio, infatti, si ottiene nuova liquidità e contemporaneamente si gira rischio di insolvenza.

Per emettere il CDO, la Banca si avvale di una istituzione finanziaria privata indipendente: Agenzia di Rating. In tal modo i CDO non rientrano nel bilancio della Banca e quindi eludono il monitoraggio degli organi di vigilanza e della Banca Centrale (FED).

Si è in tal modo permesso di generare massa monetaria estranea al meccanismo depositi/prestiti controllabile dalla Banca Centrale. Una massa monetaria parallela alla massa monetaria ufficiale monitorata e tenuta costantemente sotto controllo dalla FED.

Il CDO genera quindi liquidità ma trasferisce in giro per il mondo il “virus” dell’insolvenza.

Il valore del CDO non è il risultato dell’incontro tra domanda e offerta, non essendoci un mercato secondario dedicato ai CDO, ma il valore/prezzo è basato sulla valutazione fatta dall’Agenzia di Rating sul grado di affidabilità e qualità di ciascun pacchetto di clienti debitori.

Mentre se si acquista una obbligazione tradizionale si può analizzare il rischio sulla base del prospetto di emissione e del bilancio della società emittente, se si acquista un CDO ci si deve fidare esclusivamente dell’Agenzia di Rating che ha fatto da filtro.

La ricchezza accumulata negli anni ’90, in presenza di tassi di interesse sui mutui molto bassi e convenienti, ha indotto molte famiglie americane ad acquistare la casa. Il valore degli immobili, a seguito di una fortissima ed estesa richiesta, è cresciuto molto permettendo anche l’accensione di un secondo mutuo sul medesimo immobile per ottenere liquidità da dedicare al consumo “indotto” di beni di vario genere.
Sono stati finanziati anche lavoratori con redditi bassi e saltuari e quindi con un grado elevato di rischio di insolvenza, emettendo anche per questo tipo di debitori i relativi CDO e girandone il relativo rischio.
Ma questa è la logica del consumo esasperato e indotto per sostenere il sistema produttivo e commerciale a qualsiasi costo facendo inebitare persone e famiglie ben oltre le proprie possibilità, presenti e future.

Dal 2005 in poi, il rialzo dei tassi d’interesse decisi dalla FED ha reso le rate dei mutui più onerose e di conseguienza ha aumenteto le insolvenze.

La mancanza totale di trasparenza e di un mercato secondario ufficiale dei CDO hanno impedito che il loro valore/prezzo si adeguasse progressivamente alle nuove condizioni del mercato finanziario e quindi di rischio, riducendo lentamente il valore di scambio.
Quando si è manifestata con estrema rapidità e violenza l’insolvenza, il CDO è diventato invendibile, praticamente carta straccia, non più circolabile.

Le conseguenti svalutazioni degli asset dei maggiori operatori finanziari del mondo che detenevano ingenti quantità di CDO in portafoglio hanno bloccato il sistema di circolazione finanziaria nel suo complesso perché nessuno è stato più disponibile ad accollarsi il rischio di insolvenza della controparte bancaria “infettata” dai CDO.

Ogni Banca ha incominciato a trattenere la propria liquidità senza prestarla ad altre Banche, di fatto bloccando la circolazione del danaro.

L’offerta dei CDO in seguito al panico di insolvenze ha azzerato bruscamente il valore dei CDO.
Si è creata così una enorme massa di liquidità fuori da ogni controllo che come un virus telematico ha infettato e bloccato la finanza internazionale perché nessuna istituzione finanziaria si è più fidata di una altra istituzione finanziaria così venendosi a produrre una epidemia virale.

Con il tempo, si creata una massa monetaria parallela, incontrollata e incontrollabile, fantasma per gli organi di vigilanza ma assolutamente concreta e reale per il sistema del credito internazionale, banche commerciali di deposito, banche d’affari (anche se spesso è molto difficile distinguerle), fondi speculativi, fondi comuni di inevestimento, compagnie di assicurazione, fondi pensioni aziendali, enti privati e pubblici (regioni e comuni), i cui manager e responsabili hanno speculato su tutta la gamma di prodotti finanziari più o meno strutturati.

Attualmente in Europa la situazione è la seguente:

TIER 1 = equity -dividendi -azioni proprie -riserve di rivalutazione (se positive, se negative si lasciano) -goodwill -altri intangibili +minoranze -strumenti ibridi (i cosiddetti quasi equity, bond a 30 anni ecc.)
CORE TIER 1 = Tier 1 -strumenti ibridi
IL CORE TIER 1 rappresenta il rapporto tra capitale solido e disponibile della banca e le attività ponderate in base al rischio.
L’indice di riferimento è stato indicato nel 6% ma c’è la volontà di portarlo al 7% : quindi, se ciò accadesse, sarà richiesta una maggiore patrimonializzazione della banca.

Questo indice sta a significare che il patrimonio/capitale proprio della banca in proporzione al rischio ponderato deve essere in grado di assorbire perdite per continuare ad operare.

Le Banche faranno in modo di ricorrere il meno possibile agli aiuti della Banca d’Italia per non “autodenunciare” una propria situazione di fragilità patrimoniale e quindi, in particolare:

cercheranno di trattenere la maggiore liquidità possibile e di ridurre l’esposizione verso i clienti limitando i relativi rischi;
richiederanno ulteriori garanzie ai debitori pena la chiusura dei fidi senza adeguato preavviso.
di Sergio Cusani