10.8.09

Contraddizioni estreme del rapporto Usa-Cina

Al vertice Cina-Usa che si apre a Washington Pechino ha inviato una delegazione di 150 persone. Si incontrano da un lato un paese, la Cina, assolutamente bismarckiano, ove l’accumulazione industrial capitalistica però non è un fatto nazionale bensì avviene con il concorso voluto ma vieppiù obbligato del capitalismo mondiale. Dall’altro abbiamo gli Stati Uniti, fulcro e leva dell’espansione cinese all’estero per via dell’accumulo delle passività finanziarie Usa nelle casse delle istituzioni cinesi. La Cina è fortemente colpita dalla crisi. Ormai le persone rispedite alle zone rurali superano di molto la cifra di 20 milioni stimata agli inizi di quest’anno e vi sono delle vere e proprie rivolte contro i licenziamenti. La crisi viene fronteggiata rilanciando l’industria pesante ed attraverso l’uso, nonchè il rigetto, indiscriminato della forza lavoro fluttuante ed immigrata dalle zone arretrate. Ciò comporta un ulteriore schacciamento dei redditi salariali sul valore del prodotto nazionale (in Cina il salario come quota del prodotto è in calo da circa venti anni). Questo significa che il ruolo della Cina come area di massima produzione di scala a basso costo monetario sul piano mondiale si sta ampliando nel corso stesso della crisi. Anche negli Usa i salari si restringono ma per ragioni legate ai fallimenti ed a chiusure di aziende che continuano ad indebolire l’apparato produttivo statunitense incentivando così le delocalizzazioni e il subappalto (outsourcing) verso la RPC. Oggi l’outsourcing da parte degli USA coinvolge in maniera crescente anche i settori dei macchinari.

Il panorama è quindi caratterizzato da un’ulteriore polarizzazione produttiva verso la Cina e da un’accresciuta finanziarizzazione dell’economia americana. L’International Herald Tribune di sabato 25 luglio sottolineava che la forte ripresa degli indici di Wall Street ed anche degli stessi profitti di società come Goldman-Sachs dipendonoo in misura rilevante dall’introduzione di sistemi di computers centralizzati ultra rapidi, difficilmente accessibili ad altri operatori, che permettono di trasmettere milioni di ordini di acquisti/vendite azionari. Secondo l’Herlad Tribune tali sistemi agevolano la manipolazione dei prezzi delle azioni. Pertanto uno dei risultati più tangibili del rilancio di Obama è la concentrazione bancaria e l’accentuazione della rarefazione finanziaria aumentando la subordinazione dell’economia detta reale. La crisi in corso rafforza il binomio formato dalle società finanziarie e dalle multinazionali dell’energia come assi portanti - integrati col settor militar industriale (quest’ultimo però oggi manca di obiettivi definiti) del capitalismo Usa.

Consideriamo ora le implicazioni dell’accresciuta polarizzazione tra la Cina e gli Usa prendendo come esempio la vicenda dello Sri-Lanka e dell’Afghanistan. La strategia bismarckiana cinese richiede ampie risorse di materie prime ed un loro diretto controllo. A tal fine Pechino utilizza parte del suo surplus con l’estero per investire in Africa, Australia ed America meridionale. Le rotte con l’Africa e l’Oceano indiano sono diventate molto importanti. L’appoggio militare e logistico dato al governo di Colombo per schiacciare i Tamil Tigers era legato all’apertura di punti di appoggio, di porti e basi controllate da Pechino nella parte meridionale dell’isola. L’obiettivo di stabilire della stazioni lungo la rotta verso l’Africa è in conflitto diretto con la politica Usa di controllare l’Oceano indiano per motivi geopoliticamente costruiti in relazione agli intressi delle multinazionali energetiche. Così è nata la guerra all’Iraq, e così fu anche per l’invasione dell Afghanistan nel 2001 (il manifesto fu il solo giornale italiano a riportare interamente la deposizione al Congresso di John Maresca, vice presidente dell’Unocal, società energetica ove lavorava l’attuale presidente afghano Karzai, perorante la trasformazione dell’Afghanistan in un nodo di gasdotti ed oleodotti per esportare verso la Cina). Obama non ha alcuna alternativa alla difesa degli interessi globali delle multinazionali energetiche Usa in quanto non ha un piano di rilancio qualificato dell’economia nazionale. Per produrlo dovrebbe rispolverare le idee ed i progetti di Robert Reich. Ma questi sono ormai inattuabili dato che il perno della politica economica di Washington è costituito dal rilancio della finanza attraverso il piano Geithner-Summers.

Assieme allo scontro di interessi Cina Usa riguardo il controllo delle fonti energetiche – ed è su questa falsa riga che si dovranno interpretare anche le divergenze sulle politiche ambientali – vi è la questione finanziaria. Nell’economia politica Usa circuito del dollaro e controllo economico e politico-militare delle materie prime, del petrolio in particolare, si sono fusi da tempo. Questo fatto facilita il signoraggio internazionale del dollaro. In altri termini gli Usa possono pagare il deficit estero senza dover sacrificare delle risorse nazionali. Il compromesso funziona fintanto che l’economia in deficit tira. Quando essa cessa di tirare i paesi in surplus subiscono sia il calo della domanda di esportazioni che il costo del signoraggio ed aumentano i rischi riguardo il valore futuro del dollaro. Per Washington la soluzione passa per una forte rivalutazione della moneta cinese ma è pura propaganda. Infatti la rivalutazione dello yuan dovrebbe essere talmente elevata da scombussolare ulteriormente l’intera economia Usa., in cui gli elementi di crisi dominerebbero nettamente sulla convenienza di ritornare a produrre negli Stati uniti. Non vi sono soluzioni tecnico-istituzionali a questo problema che va visto come una contraddizione nella sua forma più pura.


di Joseph Halevi

Nessun commento: