12.2.10

Una storia ordinaria di Intelligence


Questa storia di spie, infedeltà, menzogne, intercettazioni e pedinamenti illegali, comincia con una confessione e con una confessione finisce. La prima volontaria. L'ultima, rubata in conversazioni telefoniche intercettate. Comincia con il racconto di un tipo gioviale che alla Procura di Milano tutti conoscono e di nome fa Luigi Pironi, per molti anni maresciallo dei Ros. E' storia di due mesi fa. Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro e la Digos lo collocano sulla scena dei rapimento di Abu Omar. Lui, ammette. La notizia fa il giro dei mondo, ma quel che Pironi racconta davvero resta un segreto. Il maresciallo non si limita a riconoscere la propria partecipazione nel sequestro. Fa di più. Spiega di essere stato avvicinato alla fine del 2002 dall'uomo di cui nel tempo era diventato amico: Robert Seldon Lady, allora capo del centro Cia di Milano. Lo spione americano lo arruola per partecipare all'operazione coperta di “rimozione” dell'imam egiziano e lo rassicura: “Il Sismi sta lavorando con noi. E' della partita”. Gli fa balenare un premio: “Se ci stai, ti faccio entrare al Sismi". Per il maresciallo è un'offerta irrinunciabile, il sogno di un'intera carriera: approdare nei ranghi dell'intelligence militare. Pironi sa che Lady non è un buffone. Che fa quel che dice. Che dice quel che fa. E ritiene di averne la prova. Alla fine di novembre del 2002, incontra il colonnello Stefano D'Ambrosio, allora capo centro del Sismi di Milano. L'ufficiale dice che ha avuto eccellenti referenze sui suo conto, che una chiamata dal Servizio e nelle cose. Pironi si convince definitivamente che se farà ciò che gli è stato chiesto, avrà ciò che desidera. Si mette a disposizione di Lady. Il varco che il maresciallo apre alla Procura di Milano è stretto ma cruciale. Lo allarga l’unico testimone in grado di confermare se Pironi racconti o meno il vero: Stefano D'Ambrosio. L'ufficiale non è più in servizio al Sismi. E' rientrato nei ranghi dell'Arma nel dicembre dei 2002, dopo essere stato misteriosamente rimosso dall'incarico di capocentro di Milano. Raccontano D'Ambrosio come un ufficiale serio, preparato. E’ andato a comandare i carabinieri di Gorizia. Portando con sé dicono il suo segreto. Quando Spataro lo convoca, anche lui sceglie di raccontare. La fessura aperta da Pironi diventa un paesaggio ricco di figure.

Anche lui riporta il tempo a quel novembre 2002 a Milano. D'Ambrosio, per ovvie ragioni di ufficio, ha eccellenti rapporti con Lady e proprio da lui, del tutto casualmente, apprende in quei giorni quel che sta bollendo in pentola a Milano e che lui scopre di ignorare. Lady lo avverte che “a Roma i suoi superiori del Sismi" hanno cominciato a lavorare con la Cia all'operazione di sequestro di Abu Omar. Lady confida a D'Ambrosio di essere contrario. Di averlo detto chiaro e tondo a Jeff Castelli, capo della Cia in Italia. Per lui, "rimuovere" l'imam è “una cazzata”. Per almeno due buone ragioni, che nulla hanno a che fare con il diritto internazionale, ma molto hanno a che vedere con la praticità con cui Lady si muove. Sequestrare Abu Omar ragiona lo spione americano con D'Ambrosio significa perdere all'interno della moschea di viale Jenner un uomo che la Cia ha imparato a conoscere e che verrà rimpiazzato da qualcun altro con cui si dovrà ricominciare da capo. Ln più, Abu Omar è sotto inchiesta della Procura e della Digos di Milano. Portarglielo via di nascosto può essere solo foriero di grossi guai.

D'Ambrosio è d'accordo. L'operazione di Abu Omar 'è una cazzata”. Ma, dal suo punto di vista di funzionario del Sismi, è qualcosa di peggio: è un reato. Non impedire il sequestro di Abu Omar equivale a commetterlo. Dunque, l'ufficiale decide di rispettare la lettera della legge. Informa di quanto ha appreso da Lady e della personale contrarietà all'operazione il suo immediato superiore gerarchico: Marco Mancini.

L'ex brigadiere dei carabinieri dell'Anticrimine di Milano, già capo centro Sismi di Bologna, ha fatto carriera in fretta, in quella fine di novembre del 2002 sovrintende l'attività di tutti i centri Sismi del nord Italia. Quando ascolta quanto ha da dirgli D'Ambrosio non fa una piega. Ascolta in silenzio la storia del sequestro, annota le informazioni che D'Ambrosio ha raccolto da Lady. Dice al suo ufficiale che ne parlerà con Roma e gli farà sapere. D'Ambrosio non ne saprà più nulla. Agli inizi di dicembre dei 2002, dieci giorni dopo il suo colloquio con Mancini, da Forte Braschi, la sede dei Servizio, viene informato che, con effetto immediato, è rimosso dal comando del centro Sismi di Milano e trasferito a Roma. Al suo posto, assume pro tempore l'incarico Marco Mancini.

Dicembre 2002. Mancano sessanta giorni ai sequestro di Abu Omar. Cosa accade? Cosa fa o cosa viene chiesto di fare a Marco Mancini?

Armando Spataro lo chiede al generale Gustavo Pignero. E’ un carabiniere cresciuto alla scuola di Dalla Chiesa, sotto il cui comando, in un tempo ormai lontano, ha messo le mani su Renato Curcio. Pignero, nel dicembre del 2002, comanda la prima divisione del Sismi, il controspinnaggio. E’ il superiore gerarchico di Mancini. Quello cui, a rigore di logica e risalendo la catena di comando, Mancini deve aver riferito dei colloquio con D'Ambrosio. Ma il primo approccio è deludente. Pignoro di Abu Omar nulla sa e nulla ha saputo. E’ vero, sono ormai passati quattro anni dall'inverno 2002, ma certe cose non si dovrebbero dimenticare se sono accadute. Eppure, nulla. Pignero non sa nulla.

Lo scorso primo giugno, pero, accade qualcosa. Pignero si fa vivo con Spataro. Rispetto al primo interrogatorio, gli è tornata la memoria. Il generale riferisce di un incontro avuto nel dicembre 2002 con Jeff Castelli, a Roma. Il capo della Cia in Italia, racconta il generale, ci propone di lavorare insieme su “12 obiettivi operativi”. Dodici arabi. La Cia li ritiene terroristi e intende “rimuoverli”. Vivono a Milano, Napoli, Torino, Vercelli, Berlino. Uno dl loro, appunto, è Abu Omar. C'e di più. “Dopo il colloquio con Castelli dice il generale” incarico Mancini e 5-6 uomini della sua squadra di pedinare e seguire gli spostamenti di Abu Omar per verificare se intorno all'imam si muove qualcosa. La cosa va avanti per pochi giorni, dopodiché lo abbandoniamo. Sapremo quel che è accaduto solo a cose fatte”.

Quando Pignero esce dall'ufficio di Armando Spataro, appare sollevato. E ha una sola urgenza: informare Marco Mancini di quei che è andato a raccontare. I ruoli, infatti, si sono invertiti. E' Mancini ora a comandare la divisione che è stata di Pignero: la prima, il controspionaggio. E' Pignero a dover riferire a Mancini. Lo chiama da un telefono pubblico dei palazzo di giustizia. Se la ride. Non sa che quell'apparecchio è ascoltato dalla Digos e pensa sia sufficiente la cautela che, d’accordo con Mancini, hanno deciso di adottare: le loro comunicazioni devono passare sempre attraverso il telefono cellulare di Luciano Seno, un funzionano dei Sismi. Con Mancini chiamano confidenzialmente Spataro “quel cretino dl Milano”. E al “cretino” Pignero ha appena raccontato una storiella di cui va fiero. Mancini lo ascolta e va su tutte le lune. Lo insulta, il copione non prevedeva che Pignero pronunciasse il suo nome. Che lo accostasse ad Abu Omar. I due si danno appuntamento per il giorno successivo a Roma, in via Tomacelli. Mancini vuole mettere una pezza al buco. La Digos li ascolta e li fotografa.

Per il Sismi, è l'inizio della fine. Ascoltando Pignero, Mancini e Seno, la Digos arriva all'ultimo piano di via Nazionale 230. Un grande ufficio di proprietà dei Sismi, intestato a Pio Pompa, abruzzese di 55 anni, funzionario dei Servizio, addetto alla disinformazione e al dossieraggio. Pompa ha un rapporto diretto con il direttore dei Servizio, Nicolo Pollari. Ma, soprattutto, informa Mancini delle mosse di Spataro e di quelle di due giornalisti di "Repubblica" Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini. L'11 maggio ne segnala la presenza a Milano all'hotel Diana, dove alloggiano: "Stanno a fa' la spola", "hanno visto il cretino". Se sa quei che sa è perché “intercetta il cellulare di D'Avanzo”, documentano gli atti della Procura. In giugno, Pompa ordina ai vicedirettore dei quotidiano "Libero", Renato Farina, di procurarsi un appuntamento con Spataro per cercare di capire dove sta andando a parare l'indagine. Prepara la lista delle domande da fare. E' un ordine, perché per li Servizio, Farina non è un giornalista, ma è così almeno lo chiamano al telefono “fonte Betulla”. Farina esegue diligente, incontra Spataro e Pomarici. Fa le domande che gli è stato chiesto di fare Non sa che due registratori stanno incidendo quella finta intervista su commissione. Non sa che il gioco è al capolinea.

di Carlo Bonini

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