17.3.10

L’Europa si arrende agli speculatori

Le pressioni degli ambienti finanziari e bancari angloamericani unite a quelle dei loro servi alla Casa Bianca e a Downing Street sono stati troppo forti. E così i ministri europei delle Finanze hanno rinunciato a trovare un accordo sul progetto di regolamentare l’attività dei fondi speculativi (hedge fund) ed aumentarne la trasparenza.
Se ne parlerà in una prossima riunione prima della fine della presidenza spagnola in giugno. La portavoce della presidenza Ue e il ministro spagnolo delle Finanze, Elena Salgado, presidente di turno dell’Ecofin, ha spiegato che la questione dei fondi speculativi è stato rimosso dall'agenda dei lavori per avere il consenso più ampio possibile. Si tratta infatti di mettersi d'accordo su una posizione generale dalla quale far partire i negoziati con il Parlamento europeo che dovrà dare semaforo verde al progetto.
E in tale sede nasceranno sicuramente ulteriori problemi che faranno in modo che se un testo di legge uscirà, esso sarà molto annacquato rispetto al testo iniziale. Anche a Strasburgo infatti operano indisturbate numerose lobby finanziarie che attraverso i soldi versati in ogni direzione indirizzano il voto dei gentili deputati, già ben predisposti in altri settori a sostenere gli interessi della grande industria. In particolare, per un settore che riguarda l’Italia, nel campo dell’alimentare dove la salvaguardia dell’agricoltura e dei prodotti tipici viene subordinata agli interessi dell’industria trasformatrice. Ma anche di quella chimica come dimostra il via libera della Commissione europea al via libera alla produzione di cibi OGM.
Ma la finanza resta il settore nel quale sono maggiori i guadagni per gli speculatori e per i loro amici politici. Quando si è cominciato a parlare in Europa di mettere un freno alle attività degli speculatori, siano essi banche o società finanziarie, subito da Washington e da Londra si è levato un intenso fuoco di fila.
Il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner aveva protestato la settimana scorsa affermando che le nuove regole avrebbero danneggiato le banche Usa compromettendo la loro capacità di fare affari con l'Europa. Insomma le banche americane non possono permettersi di vedersi porre veti. Uguale reazione da Londra con il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, a difendere le banche di casa. Che diamine, era la loro reazione, la speculazione è una cosa troppo seria che va lasciata in mano ai soli speculatori. Come la Goldman Sachs (la banca cara a Romano Prodi e Mario Draghi) o George Soros e tutti gli altri banditi della sua risma. Si deve infatti ricordare sempre che sono state le banche e le società anglosassoni a scatenare la crisi finanziaria del 2008 con le loro speculazioni sui derivati e su altri consimili titoli spazzatura. Gli stessi speculatori che grazie a prestiti di centinaia di miliardi di dollari sono stati salvati dal fallimento da Barack Obama che solamente i soliti idioti di casa nostra o dell’Europa intera possono considerare ancora qualcosa di diverso dal suo predecessore. Così quando Geithner protesta con Bruxelles, è sicuro che delle sue rimostranze se ne terrà conto, perché l’Unione europea, che pure dovrebbe aspirare a recitare un ruolo forte e autonomo nel mondo, finisce per non fare altro che calarsi le braghe di fronte ai diktat degli Stati Uniti.
In tutta questa vicenda risalta ancora una volta l’incompatibilità della presenza della Gran Bretagna nell’Unione europea ed il suo conflitto di interesse con gli altri Paesi membri. Non si tratta solamente del fatto che Londra possa continuare a lasciare mano libera alle banche britanniche di speculare a loro piacimento, utilizzando i suoi paradisi fiscali europei come Jersey e Guernsey, ma c’è anche la questione dell’euro nel cui sistema Londra non ha mai avuto alcuna intenzione di entrare. Diciamo questo a prescindere da qualsiasi giudizio di valore o di merito sulla moneta unica. Si ripropone in tal modo in tutta la sua chiarezza il no che Charles De Gaulle oppose sempre all’entrata di Londra nella Comunità economica europea, Il Generale considerava infatti gli inglesi una testa di ponte degli americani per sabotare dal di dentro qualsiasi progetto comunitario che volesse trasformarsi in un progetto politico come quello de “L’Europa delle Patrie” da lui vagheggiato.
Nelle prossime settimane il commissario ai servizi finanziari, il francese Michel Barnier, partirà per gli Stati Uniti per discutere della questione centrale oggi sul tavolo, ossia l'accesso al mercato europeo dei gestori di fondi basati in Europa ma i cui capitali risiedono alle isole Cayman o in altri paradisi fiscali. Misure drastiche da parte della Ue potrebbero infatti spingere molti fondi a lasciare Londra, qui risiede circa l'80% di quelli più importanti, per stabilirsi in altri Paesi al di fuori della Ue, ad incominciare dalla in Svizzera. Barnier ha insistito sul fatto che la linea europea non è protezionista ma che semmai è in linea con gli orientamenti emersi all’ultima riunione del G20 e che quindi essa va nella direzione del rafforzamento della trasparenza e della responsabilità.
Giulio Tremonti, che da sempre attacca il modello anglosassone della finanza fine a se stessa e svincolata dall’economia reale, anche se non ha gradito il rinvio della discussione sulla direttiva per gli hedge fund, giudica però importante che la macchina si sia messa in movimento e che la sensibilità europea sul tema sia cambiata, considerato che anni fa una discussione simile con la Gran Bretagna sarebbe stata addirittura irrealistica.
Nel frattempo negli Stati Uniti, tanto per dimostrare chi comanda davvero, le grandi banche di investimento, nonostante le raccomandazioni in senso contrario dello stesso Barack Obama, hanno continuato nel 2009 a versare premi di produzione, i bonus, ai dirigenti responsabili delle speculazioni ma che sono riusciti a rimettere in sesto i conti grazie all’aiuto pubblico. Anche a Wall Street infatti si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti.
di Filippo Ghira

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