17.8.07

Utopia prossima avventura


Mentre gli eventi quotidiani si svolgono con ritmo sempre più incalzante, qualcuno ripropone il vecchio adagio "devo andare piano perché devo arrivare".
Con lucida interpretazione lavoro e denaro vengono analizzate da un grande incompreso.

Diceva Platone che gli errori maggiormente devianti sono quelli iniziali.
Come in artiglieria vale la regola per cui lo spostamento pur minimo della bocca da fuoco, in partenza, causa l'impossibilità che il proiettile centri l'obbiettivo, così, nella logica, l'errata valutazione delle premesse, determina errori irreparabili.
Ebbene, tutta la problematica in materia di lavoro è oggi permeata di fesserie o perché gli addetti ai lavori non hanno letto Platone o perché non hanno fatto servizio militare in artiglieria (ovvero, pur avendolo fatto, non hanno capito un «tubo»).
Dimostrerò ora la validità di questi principi soffermandomi a considerare i tre problemi più scottanti in materia di lavoro:
la conflittualità contrattuale, la disoccupazione, l'immigrazione.
1) La conflittualità contrattuale
L'equivoco di fondo che impedisce ogni possibilità di sostituire alla regola della «conflittualità» quella del «tener fede alla parola data», si basa sulla circostanza che tutta la dinamica dei contratti di lavoro risente ancora dell'equivoco della teoria del plusvalore di Marx.
Marx disse che il datore di lavoro «truffa» a danno del lavoratore il margine di profitto cioè il «reddito di capitale», ossia il «plusvalore».
E' sorto così il sindacato come strumento di rivoluzione per rivendicare nei confronti del datore di lavoro il «plusvalore» sotto forma di «aumento dei salari».
Poiché il salario non è «profitto», ma «costo», l'aumento dei salari non può causare distribuzione di profitto, ma solo «aumento dei costi», con il conseguente «aumento dei prezzi» e quindi della inflazione che causa la ulteriore necessità di aumentare i salari in una spirale senza fine.
Come il cane che si morde la coda.
La soluzione del problema sta nell'attribuire, sotto forma di reddito, il reddito e, sotto forma di salario, il salario.
Il reddito deve essere corrisposto al cittadino come tale senza il corrispettivo del lavoro (altrimenti sarebbe salario) e cioè nella qualità di proprietario e non di lavoratore.
La formula del «tutti proprietari» enunciata nella «Rerum Novarum» era concettualmente esatta.
Senonché il principio rimaneva relegato nella soffitta delle utopie, perché non poteva essere realizzato che togliendo ai ricchi per dare ai poveri.
Di qui la contrapposizione tra destra (tendenzialmente i più ricchi) e sinistra (tendenzialmente i più poveri), in una conflittualità cronica incomponibile.
Oggi, con la definizione del valore monetario come valore indotto, producibile senza altro costo che quello del simbolo, rendendo partecipe ogni cittadino della quota di reddito causato dall'emissione monetaria è possibile attribuire ad ognuno un «reddito di cittadinanza» come contenuto economico di un diritto sociale universale, superando l'antitesi fra destra e sinistra.
In altri termini, una volta dimostrato che la moneta ha valore per il semplice fatto che ci si è messi d'accordo che lo abbia, sarà possibile garantire ad ognuno nella qualità di «proprietario» un diritto della persona con contenuto patrimoniale.
Rafforzata così, una volta per sempre e definitivamente, la posizione del contraente più debole, il contratto di lavoro potrà tornare ad esistere sulla regola del «tener fede alla parola data» perché il lavoratore accetterà il contratto, non perché costretto dallo stato di necessità, ma perché lo ha liberamente voluto.
Egli potrà così accettare un contratto di lavoro anche per una lira al mese.
I contratti collettivi non avranno più ragione di esistere.
La concorrenza della mano d'opera straniera sotto pagata, sarebbe totalmente abolita perché finalmente il mercato tornerebbe ad operare nel rispetto dei fondamentali valori etici, giuridici ed economici di un diritto sociale universale.

2) La disoccupazione
La disoccupazione, così come concepita dai politologi contemporanei è un falso problema.
Il vero problema, infatti, non è la disoccupazione ma «la voglia dilavorare che non c'è più».
Nessun politico ha capito infatti che non stiamo vivendo in regime di «democrazia», ma, di «usurocrazia».
Quando gli economisti ed i politici alla ribalta, pretendono di analizzare le cause della disoccupazione sul principio della insopportabilità dei costi di produzione ignorando la circostanza che la Banca Centrale, all'atto dell'emissione carica il costo del
denaro del 200% prestando il dovuto, ossia addebitando alla collettività il denaro che ad essa dovrebbe essere accreditato, e che questo costo, già enorme di per sè, viene ulteriormente gravato degli interessi bancari e dei prelievi fiscali per raggiungere il
traguardo del 300%, si comprende perché meritano di essere giudicati per quello che sono: un conglomerato di presuntuosi imbecilli.
Per rendersi conto della validità di questi argomenti basti ricordare che quando la moneta era d'oro il portatore ne era il proprietario; con l`avvento dello Stato costituzionale e della moneta nominale ne è diventato inconsapevolmente il debitore.
Solo così si comprende perché «tutti gli usurai sono liberali anche se non tutti i liberali sono usurai», secondo l'intuizione poundiana.
I liberali «non usurai» potevano essere perdonati per la loro ingenuità quando gli eventi storici non avevano ancora evidenziato il trionfo clamoroso dell'usura: ormai non più.
Pretendere di sostenere la giustificazione razionale ed etica di questo regime spacciando sotto il titolo nobilissimo di «democrazia», «l'usurocrazia», trasforma l'ingenuo in «trombone» della politica.
Il vero scopo inconfessato della Rivoluzione Francese è stata la separazione della sovranità monetaria dalla sovranità politica per attribuirla alle soggettività strumentali delle Banche Centrali e trasformare i popoli da proprietari in debitori del loro denaro,
sostituendo alla moneta d'oro la moneta nominale,ossia alla moneta proprietà la moneta debito, ossia al «numero dell'Uomo», il «numero della bestia».
Una volta si lavorava per un profitto: la speranza di conseguirlo causava l'incentivo a lavorare.
Oggi chi più lavora più si indebita.
Ecco perché non solo passa la voglia di lavorare, ma addirittura viene la nausea del lavoro.
E' questa dunque la causa vera della disoccupazione: l'usura.

3) L'immigrazione
Il denaro per gli uomini è come l'acqua per i pesci.
In tempi di siccità i pesci abbandonano le zone asciutte e si rifugiano nelle pozzanghere d'acqua.
Su questa regola elementare, i banchieri dell'ottocento spostarono milioni di uomini dall'Europa all'America del Nord, creando rarità monetaria in Europa ed abbondanza di moneta-carta, di costo nullo, in America.
Oggi i padroni del denaro hanno creato rarità monetaria nelle cosiddette aree depresse - o, per meglio dire, che hanno deciso di deprimere - sicché, come i pesci, i popoli si spostano verso le aree con minore rarità monetaria.
Anche per questo problema dunque la soluzione è abolire l'usura, ossia fare di ogni popolo il proprietario della sua moneta in modo che ognuno possa rimanere in pace a casa sua.

Giacinto Auriti

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