15.4.10

Graecia capta. I banksters sogghignano

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Les jeux sont fait. Et rien ne va plus.
Domenica la Grecia malata ha assistito, smarrita, al consulto terapeutico dei suoi medici d’ufficio.
Attorno al suo capezzale i giocatori d’azzardo di Bruxelles, Londra e New York stilavano la loro diagnosi e prescrivevano le loro medicine lanciandole come fiches su un tappeto verde da roulette. Una tragica roulette.
Per Atene, e soprattutto per il popolo greco, la posta in gioco è ora ancor più drammatica.
Gli “Stati fratelli” della cosiddetta “Unione” europea hanno puntato sulla crisi greca dai 30 ai 40 miliardi di euro in prestiti al 5 per cento di interesse annuo. La centrale dell’usura internazionale, il Fmi, ha promesso altri 15 miliardi di euro. (Il rifinanziamento del debito (composto da interessi che la Grecia deve pagare alle banche d’affari private che a loro volta controllano il Fmi e il sistema delle Banche centrali europee) è un reato – quanto mai disapplicato - che per il codice italiano passa con il nome di anatocismo. Gli interessi sugli interessi sono usura. E l’usura è (sarebbe, cioè) un reato… Ma la cosa evidentemente non turba né gli Stati “fratelli”, né i banksters).
Per tutta la giornata di ieri, così, la pallina d’acciaio greca ha continuato la sua corsa sulle borse-roulettes di Wall Street, di Londra, di Parigi, di Francoforte, di Milano, delle piazze asiatiche, Tokyo, Hong Kong, Shangai, e di Sydney. Il risultato, scontato, un qualche interesse ad investire sul debito ellenico, da parte dei privati, ma non troppo. La speculazione “bassa” non vuole turbare le grandi manovre d’altura.
Tanto per “compiacere” la manovra, lo stesso euro ha guadagnato “qualcosina”, qualche punto millesimale, rispetto al dollaro . D’altra parte, perché prosegua, l’attacco speculativo ai “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) deve essere condotto con diplomazia. Prima un tassello, poi l’altro. Senza produrre allarmismi che turberebbero il buon esito del sacco finanziario dei Paesi del Mediterraneo. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro (circa il 5 per cento) è una quota ritenuta “ragionevole”, almeno per il momento.
Per adesso, insomma, è la Grecia la nave-Stato da affondare. La Moody’s ha già provveduto a mantenere alta la febbre interna al “Paese malato”: declassando cinque maggiori banche elleniche, ha già fatto salire i tassi dei titoli finanziari al 7,6 per cento. Il governo di Atene viene messo così all’angolino: obtorto collo dovrà accettare i “più bassi” tassi usurai proposti da Ue e Fmi. E lo strangolamento diverrà perpetuo. La Grecia sarà costretta a pagare alle istituzioni finanziarie interessi su interessi per sempre. Comincerà oggi con il lancio di obbligazioni per i primi 1,2 miliardi di euro.
E a Bruxelles, alla City e a New York, tutti sorridono soddisfatti. Tutti i loro analisti prevedono che la Grecia, pur di non calarsi in uno stato di “umiliazione nazionale” - dopo aver tentato invano di contrarre un prestito nazionale interno - metterà tutto il suo collo nel cappio perché non sarà in grado né di autofinanziarsi a breve, né di abbattere poi il costo degli interessi nel lungo termine.
Intanto le quotazioni del greggio continuano ad impennarsi: in fondo abbattendo l’euro le multinazionali che lucrano con il dollaro hanno tutto da guadagnare. Capitalcomunisti cinesi inclusi.

di Ugo Gaudenzi

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