2.4.10

Il web sostituirà i partiti?

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L'opinione di Donatella Campus, docente di scienza politica

Forse è dai tempi d Tangentopoli che la professione del politico non scendeva così in basso nell'indice di gradimento. Solo che nel '92, a differenza di oggi, c'era un Paese capace di indignarsi, sensibile alla questione morale, almeno in parte disponibile a concedere qualche chance alla rigenerazione della politica. Quasi vent'anni dopo rimane soltanto l'antipolitica. L'astensionismo che stavolta ha raggiunto livelli da record per questo paese, è un segnale grosso come una montagna. Il distacco, la disaffezione, anzi l'insofferenza da saturazione per la "casta politica" sono diventati cultura di massa.

Ma anche chi non si astiene e decide di votare, sceglie in maggioranza di dare il proprio voto a forze che hanno l'apparenza di non essere partiti "tradizionali". A forze e personaggi che, a torto o a ragione, sono percepiti dall'opinione pubblica come estranei al "giro" della politica. Come la Lega, vista come un partito dalle mani pulite, al di fuori dei giochi, non contaminata dal potere. Anche se è al governo nazionale e in quelli locali. Anche se ormai sono lontani i tempi in cui era un movimento e se, nel frattempo, ha sfornato un ceto politico a tutti gli effetti, un esercito di parlamentari, ministri e amministratori locali. La Lega vince perché i suoi militanti stanno sul territorio e tanto basta a distinguerli dai politicanti di professione, a farli apparire "gente come noi", "del popolo". Analogo discorso si potrebbe fare per l'Italia dei Valori, cresciuta sull'onda dell'indignazione per la casta politica, guidata, non a caso, da un leader come Di Pietro prestato alla politica dalla magistratura. Anche a sinistra - è il caso del vendolismo - si vince con l'immagine di un leader che per ricandidarsi ha dovuto lottare contro gli intrighi di potere dall'alto. A prevalere, qui e là, sono insomma le varianti dell'unica narrazione oggi vincente, che individua nella politica e nel suo sistema il Vecchio da abbattere in nome del Nuovo.

Ma il caso più eclatante di antipolitica che fa politica - e con discreto successo - è quella del Movimento cinque stelle, la lista targata Beppe Grillo che ha raccolto l'1,7 per cento su base nazionale, con picchi sorprendenti come il quattro per cento in Piemonte e il sette in Emilia-Romagna. Un fungo spuntato dal nulla, a detta di molti opinionisti. Un fenomeno nato dalla Rete, nei blog e nei social network. Fino a ieri l'altro Giovanni Favia, capolista del movimento grillino in in terra emiliana, era uno sconosciuto e nessuno avrebbe potuto prevederne il successo nei panni dell'outsider in una regione in cui il tradizionale sistema di potere locale del Pd sembra privo di alternative.

Il "grillismo" è stato definito un movimento antipolitico. Non tanto perché chi vi si riconosce sia privo di senso civico, quanto perché esso raccoglie gli umori di una parte di elettorato sensibile sui temi etici e ambientali, ma indisponibile a votare uno qualunque dei partiti riconducibile al "sistema" politico. Al punto da presentarsi come un modo "nuovo" di fare politica che sostituirà definitivamente i vecchi partiti.

«Siamo la Lega del terzo millennio. Noi e loro siamo gli unici radicati sul territorio», ha detto Beppe Grillo nelle interviste a caldo dopo i risultati elettorali. E' il web, appunto, la nuova organizzazione che per i grillini cambierà la politica. «C'è la rete... noi siamo il contrario di tutti i partiti. Lo abbiamo visto tutti come sono stati scelti i candidati alle regionali. La gente è stata tenuta fuori. I nostri candidati sono specialisti scelti dalla rete. E su internet ogni persona vale uno, io come qualsiasi altro iscritto al Movimento Cinque Stelle. La rete è democrazia e trasparenza».

Internet, si dice, ha cambiato tutto, ha trasformato il modo in cui le persone si informano e comunicano tra loro, senza che i partiti se ne accorgessero.Il web è il Nuovo che avanza. La Rete, i blog, i social network sono le nuove autostrade digitali della conoscenza lungo le quali, ogni giorno, migliaia di persone si scambiano informazioni e formano le loro opinoni in autonomia e senza rapporti di gerarchia tra alto e basso. Perciò il vecchio sistema della politica - è la conclusione del ragionamento - non può continuare come prima. C'è chi vede in Internet, in virtù di questa previsione, «la panacea del male che attanaglia molte delle democrazie contemporanee, ovvero apatia, disaffezione nei confronti della politica, scarsa partecipazione attraverso i canali convenzionali come il voto e l'iscrizione a partiti e associazioni». Della questione si è occupata Donatella Campus, docente di scienza politica, nel saggio Comunicazione politica. Le nuove frontiere (Laterza, pp. 144, euro 16). «Internet riflette lo stato di cose esistente. Non direi perciò che l'uso politico di internet sia un sintomo di antipolitica. Certo, l'antipolitica c'è, in Italia c'è da sempre. Sono reduce da un convegno in cui si parlava proprio di Achille Lauro come prototipo di Berlusconi. E' chiaro che anche in internet possiamo trovare manifestazioni di antipolitica. Ma non è internet che le produce. Da voce, possiamo dire, a un certo tipo di pubblico che è composto prevalentemente da persone giovani, soprattutto nel caso dell'Italia. Se queste persone hanno un sentimento di insofferenza nei confronti della politica lo esprimono lì. Internet ha offerto oltre al menu di canali di partecipazione già esistenti, un ulteriore modo di partecipare. Ma questo non significa dire che sarà l panacea di tutti i mali. E'solo un'opportunità».
Fino a che punto però la discussione nei blog e nei forum può sostituire i canali tradizionali di partecipazione alla politica? Internet è davvero un'alternativa ai partiti - che tra l'altro soffrono di crisi di iscrizioni, di militanza e di radicamento nei territori? «Internet sta cambiando in prospettiva il rapporto tra partito e simpatizzanti. Forse in Italia lo vediamo meno che altrove. Ma il caso Obama e anche quello di Ségolène Royal in Francia internet ha cambiato la modalità di selezione del candidato alla presidenza. Però, secondo me, la rete non sostituirà i partiti, ma li andrà a integrare. Il che significa che i partiti dovranno evolversi fino a considerare internet come una propria manifestazione naturale. Mi spiego: internet rappresenterà il feedback che cambierà la forma organizzativa dei partiti. Ne dovranno tenere conto per sopravvivere. Non solo come strumento per comunicare durante le campagne elettorali, ma come modello di relazione più paritario. Un partito strutturato dall'alto verso il basso farà più fatica a utilizzarlo.

Il Pdl, ad esempio, non è un partito che va molto su internet. Non ha neppure interesse a farlo. I partiti del domani dovranno, da un lato, riscoprire i territori, e dall'altro, imparare a usare internet. Sono entrambi un tipo di relazione orizzontale, porta a porta. Il momento mediatico puro, la televisione, è destinato a essere sorpassato. Per ora funziona ancora bene, ma è un colpo di coda. Sono processi lunghi». Però c'è anche il rischio che attraverso la rete l'approccio alla politica non avvenga più nello spazio sociale della piazza, nella sfera delle relazioni concrete, ma nella dimensione privatistica del proprio schermo. «Internet dà la possibilità di partecipare alla politica anche senza scendere in piazza, rimanendo seduto davanti allo schermo. Vero. Però a volte funziona anche come passaggio intermedio. La comunicazione prende forma in rete e poi esce. Non è scontato insomma che il web produrrà un'atomizzazione. Se è per questo, la televisione ha diminuito le capacità associative e partecipative - come diceva Robert Putnam. Uno se ne può stare chiuso in casa a guardare la tv. Al confronto internet è un luogo di potenzialità. I segmenti di pubblico si possono anche mettere assieme. Non si può dire che internet sia il motore primario della segmentazione, piuttosto quest'ultima è riflesso di un fenomeno più complessivo». Un fenomeno presente soprattutto nei blog dove a discutere degli stessi temi si ritrovano spesso persone che la pensano allo stesso modo. Simile col simile. Ma così non passa una visione frammentata, parziale della realtà? «Questo accade, ma non è scontato. La frammentazione esiste, ognuno segue il filo dei propri interessi. Anche qui, però, internet segue il trend».
di Tonino Bucci

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