12.5.10

I pirati della borsa



I mercati finanziari nei giorni scorsi hanno segnato forti ribassi assaltati dagli speculatori. Parliamoci chiaro, gli speculatori sono quelli che, avviato il ribasso - cioè dato l’arrembaggio alla nave dei risparmiatori spaventati, che vendono per paura - comprano quando i prezzi delle azioni sono molto più bassi. I ribassisti sono signori che, assistiti dagli strumenti finanziari, vendono azioni pur non possedendole. In un secondo momento comprano, quindi, le azioni che non avevano e hanno già venduto. Ma non sono i soli alla ricerca di facili guadagni. Il fatto stesso che ci sia qualcuno che vende perché impaurito, significa che anche questi era alla ricerca di rendimenti più alti, ma più rischiosi, altrimenti avrebbe tenuto le azioni in attesa dei dividendi (i cosiddetti cassettisti), o avrebbe acquistato Bot o Cct o avrebbe tenuto i soldi in banca, che sono investimenti assai più sicuri. La borsa, si sa, ha dei “cicli” in cui i listini scendono e salgono. Non pensiate che chi guadagna in queste situazioni siano degli anonimi investitori, spesso sono le stesse banche. Basta guardare i bilanci dell’ultimo anno delle banche per vedere che una delle voci più consistenti dei ricavi è quella relativa al trading mobiliare, cioè ai guadagni fatti comprando e vendendo azioni e titoli. Questa volta l’allarme ha colpito i mercati per il caso Grecia. Altre volte gli allarmi, i cosiddetti warning, sono stati più seri (11 settembre; mutui subprime), altre volte meno seri o addirittura immotivati. Tra i bassi di ieri e gli alti di oggi, il caso Grecia sarà dimenticato e i listini saranno ancora come si dice bullish, cioè in salita. I ribassisti si faranno rialzisti, perché devono portare all’incasso i loro “investimenti”. La borsa è ormai un fenomeno mondiale. Mentre fino a qualche tempo fa i mercati seguivano Wall Street, ora tutti influenzano tutti. Per assurdo, l’anomalia del mercato borsistico sta proprio nel fatto che registra non il reale valore delle aziende, ma il valore di mercato, cioè quanto si è disposti a pagare una azione (una piccola quota di una azienda) in un determinato momento. Si potrebbe, come propone l’ex ministro e ex presidente Consob, Luigi Spaventa, su Repubblica bloccare la strada ai ribassisti-speculatori, consentendo agli stati di intervenire sul mercato e acquistare titoli nel momento in cui gli speculatori attaccano, vanificando le loro previsioni al ribasso e infliggendogli delle perdite. E’ una strada percorribile, che presuppone la presenza di una montagna di euro, se consideriamo che, ad esempio, il valore degli scambi azionari di Milano di venerdi 7 maggio è stato di 6,6 miliardi e che la speculazione potrebbe ripetersi su più giorni. Per ora gli stati europei hanno reagito ponendo a difesa dei propri titoli e della moneta unica 500 miliardi, più 250 del Fondo monetario internazionale. Queste misure che pure hanno messo al riparo i listini dalle speculazioni sui titoli di stato non basteranno a fermare le speculazioni del mercato borsistico. Per fare questo è necessario introdurre una serie di restrizioni e premi per chi opera sui listini. Restrizioni e limitazioni nell’uso degli strumenti finanziari e che contrastino l’abuso della leva finanziaria - investire senza avere il denaro - per chi opera in borsa. Si possono vietare le vendite al ribasso per chi non possiede azioni. Lo si è già sperimentato sul listino milanese per qualche mese dopo la crisi finanziaria mondiale del 2009. L’obiezione è che alcuni investitori non entrerebbero sui mercati che avessero troppe limitazioni. Basterebbe prendere regole comuni, che valgano a Piazza affari, come a Hong Kong, come a Wall Street e i mercati sarebbero più lenti, ma più armonici, nelle loro crescite o ribassi. Chi l’ha detto che l’orso non possa salire le montagne, seppur lentamente? Le politiche fiscali dovrebbero poi incentivare gli investimenti duraturi. La borsa nasce come strumento per le imprese di raccolta del risparmio privato a prezzi più convenienti rispetto al credito concesso dalle banche. Negli ultimi anni si è trasformato in un modo per gonfiare il valore delle azioni prima del collocamento (le cosiddetta Ipo, initial public offering), tanto che il 90 per cento delle aziende valgono oggi meno che al momento della quotazione. Analizzando poi la capitalizzazione delle aziende quotate a Piazza affari vediamo che queste valgono circa il 30 per cento del Pil. Il 35 per cento del valore di capitalizzazione è dato dalle aziende ex statali o municipalizzate dell’energia e dei servizi di pubblica utilità (Eni, Enel, Acea, ecc.), aziende che si fanno un po’ di concorrenza tra loro, senza esagerare, ma le cui tariffe sono regolamentate. Un terzo del valore lo danno banche e assicurazioni, ma i premi e i tassi attivi e passivi riservati agli imprenditori e ai risparmiatori dai diversi sportelli si somigliano molto, senza parlare di cartelli, sembra un mercato con poca concorrenza. Meno di un terzo è dato dal valore delle piccole, medie e grandi imprese che si confrontano, per mezzo dei loro prodotti, con il mercato italiano ed estero. Se è vero che il mercato ha sempre ragione, un mercato finanziario mondiale regolamentato da paletti precisi dovrebbe averne ancora di più. E’ necessario tornare, quindi, allo spirito costitutivo dei mercati borsistici, raccogliere capitali per lo sviluppo e tenere fuori la speculazione, con misure che premino veramente chi tiene i propri soldi investiti in una azione per un periodo duraturo (5,7,10 anni), esentandolo (considerato che finanzia l’economia reale), dalle imposte sui dividendi e sui capital gains. Certamente gli Stati sono più forti e più ricchi degli speculatori, che pure vedono una ricchezza concentrata in poche mani, e se vogliono possono tenere a bada le speculazioni. Non si vedrebbe più la gente che vende perché impaurita, come quando una nave veniva assaltata dai corsari e prima di scappare sulle scialuppe cercava di portare via più oro possibile, lasciando comunque qualcosa in cabina per la fretta di mettere in salvo la pelle, a guadagno dei pirati.
di Alessandro L. Salvaneschi

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