14.5.10

I supercomputer provocano il "crash automatico della borsa"
















Le screditate “agenzie di valutazione del credito” - rappresentate dalla triade dell’oligopolio anglosassone Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch – hanno assestato in modo selettivo un colpo devastante alla Grecia e all’euro (senza sfiorare gli Stati Uniti né la Gran Bretagna, tecnicamente in una situazione peggiore), e questo ha accelerato la seconda ondata di caos finanziario globale.

L’afflitto cancelliere tedesco Angela Merkel, che pecca di ingenuità infinita e affronta una elezione cruciale nel Nord Reno-Westfalia, ha fustigato il “perfido (sic) mercato” sregolato delle banche, degli hedge funds (fondi di copertura di rischio), gli speculatori e le agenzie di valutazione di credito (Bloomberg, 6/5/10).

Con la ovvia eccezione dell’arcipelago britannico, nell’Europa continentale sono piovute critiche contro la sbilanciata prestazione della triade anglosassone delle “agenzie di valutazione di credito”, che godono di un potere inusuale che urge addomesticare.

Michael Mackenzie, del The Financial Times ( 7/5/10) commenta che l’istantaneo crollo del pomeriggio del giovedì 6 maggio nelle borse degli Stati Uniti per il valore di un miliardo di dollari – equivalente al Pil del Messico-, e che ha avuto conseguenze sul mondo intero, rimane “tuttora un mistero (sic)”.

Varie versioni si susseguono: dal “pollice” di un operatore di borsa che ha sbagliato tasto nel fare il suo ordine di compravendita, passando per “l’effetto greco”, fino all’eventualità di un “sabotaggio” ipotizzato da Obama (Sam Youngman, The Hill, 7/5/10).

A quale hacker cinese, russo, nordcoreano o iraniano pretendono attribuire la colpa dei guasti inerenti lo sregolato modello neoliberista?

A giudizio di Michael Mackenzie l’improvvisa caduta che si è avviata nell”Indice S&P 500” è stata esacerbata dai supercomputer che “servono per vincolare i mercati e il cui panico si è diffuso ai mercati delle divise e dei buoni”.

Contro tutte le leggi suppostamente immutabili del “libero (sic) mercato”, i “quattro grandi luoghi” delle quotazioni delle azioni di borsa degli Stati uniti – NYSE Euronext, Nasdaq, BATS e Direct Edge- hanno cancellato le loro operazioni durante 20 minuti.

Negli Stati Uniti “cadono i sistemi”, come continuamente accade, in modo più primitivo, nelle elezioni presidenziali in Messico.

Il crack della borsa di New York del 1987 era stato attribuito a “programmi” che avevano esacerbato le cadute improvvise.

Le quotazioni finite irrimediabilmente al suolo si sono trasformate in sostanza essendo state superate dagli scambi di borsa di “alta frequenza” dei supercomputer, che usano algoritmi specializzati (“algos”) e che si realizzano simultaneamente in altre piazze annesse alle sedi conosciute.

Per i fondamentalisti del neoliberismo il “commercio algoritmico” (gli “algos”) attraverso i supercomputer ha reso più “efficienti (sic)” e più “liquidi” i mercati grazie al progresso tecnologico.

Lo stesso errore degli algoritmi dei supercomputer era capitato tre anni fa nella borsa di New York NYSE con le operazioni di Crédit Suisse.

Questi algoritmi sono “programmi di software” che “decidono quando, come e dove negoziare certi strumenti finanziari senza il bisogno di alcun intervento umano” (“Il fantasma nelle macchine”, The Financial Times, 17/2/10).

Oggi i “mercati” praticamente automatizzati sono dominati dai “mercanti di alta frequenza” (intorno al 60% di tutte le operazioni), che sfruttano la congiunzione tecnologica e l’ultravelocità che sorpassa gli astanti, per non parlare degli scommettitori, nell’acquisto di affari in alcuni microsecondi. Uff!

Parallelamente, esiste una tecnologia separata che scrutina le notizie per dare agli algoritmi la sua “direzionalità” (il suo senso).

Jeremy Grant analizza i conseguimenti del “commercio algoritmico” di alta frequenza che ha perturbato ( e scombussolato, come è avvenuto l’infausto giovedì) gli scambi borsistici (The Financial Times, 7/5/10): “oggi i mercati borsistici sono diretti in modo schiacciante da algoritmi matematici programmati per entrare ed uscire dai mercati quasi alla velocità della luce, nella frenetica ricerca di affari che risultino in facili guadagni”.

A giudizio di Jeremy Grant, il “commercio algoritmico” serve “gli interessi dei mercanti a breve termine, che usano la più recente magia computazionale”.

Oggi più della metà degli affari di borsa negli Stati Uniti “coinvolge l’uso del commercio algoritmico” dato che le quotazioni non si realizzano unicamente nelle conosciute borse di New York e Nasdaq bensì “in altre piattaforme pletoriche (sic)”, che includono “zone oscure (sic)” – dark pools – e “sistemi operati dagli stessi mercanti”. Ora “meno del 35 per cento delle quotazioni si realizza nella borsa di New York” (NYSE, sigla in inglese), poiché “esistono sistemi che sono riusciti a fare transazioni in soli 16 microsecondi.

Si tratta di borse di valori tecnologiche senza umani o disumanizzate?

L’impressionante verità è che “la maggioranza delle azioni cambiano di proprietario nei centri con dati vasti”. Uno dei centri di dati, construito da NYSE Euronext a Basildon (Gran Bretagna) – “proprietario” della borsa di New York -, misura l’equivalente di tre campi di calcio.

Nonostante la sconcertante “rivoluzione tecnologica”, Jeremy Grant questiona “ gli esistenti sistemi di gestione di rischio per prevenire algoritmi fallaci”.

A quanto pare, il giovedì pomeriggio quei sistemi operati da macchine sono stati sul punto di portare il mondo ad una catastrofe borsistica.

Rimane assodato che la tecnologia guidata dai supercomputer ha trasformato il modo in cui si gestiscono i “mercati” che si trovano nelle mani di poche entità finanziarie globali, di per sè oligopolistiche, che dispongono dei nuovi strumenti di navigazione borsistica che hanno messo fuori gioco gli “investitori ordinari” ( leggasi: praticamente tutto il mondo, con l’eccezione della banca israelo-anglosassone).

Le catastrofi tanto deliberate quanto tecniche della sregolata globalizzazione finanziaria obbligano al ripensamento del dominio e gestione del denaro mondiale, così come de “l’arbitraggio” delle sue screditate “agenzie di valutazione del credito”, dalla plutocrazia della banca israelo-anglosassone che ha portato il suo controllo a livelli intollerabili per tutti gli abitanti del pianeta.

Oggi la vera liberazione del genere umano è anzitutto finanziaria.

Un primo passo per i paesi colpiti – ovvero la stragrande maggioranza meno tre, come è rimasto assodato dopo la deliberata balcanizzazione e vulcanizzazione dell’eurozona – consiste nello stabilire sistemi propri di emissione di moneta (che includano la puntellatura con materie prime strategiche) e di gestione del credito, con autonomia regolatoria nazionale (non trasnazionale), e nell’uscita il prima possibile – prima di rimanere passivamente annichiliti – dal perverso gioco finanziario delle piazze delle borse di New York e Londra (in realtà, dei suoi supercomputer e dei suoi “algos” controllati dalla banca israelo-anglosassone). Questa è la maggiore sfida che l’umanità affronta oggi.

di Alfredo Jalife-Rahme

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/

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