2.6.10

Una bomba atomica vagante da disinnescare

1. Il criminale attacco in acque internazionali delle Forze Armate israeliane alla Freedom Flotilla in sé non ha molti elementi di novità rispetto all’usuale comportamento dello Stato non-ebraico (come lo definisce lo storico israeliano Ilan Pappé): indifferenza ad ogni norma internazionale accompagnata dalla consapevolezza della totale impunità, strage di civili inermi e, se del caso, assassinio di pacifisti. Basti pensare alla spietata uccisione della pacifista statunitense Rachel Corrie dell'International Solidarity Movement (ISM), a Rafah nel 2003, mentre si opponeva totalmente disarmata all’abbattimento di case palestinesi (non a caso una delle navi era stata battezzata col suo nome).

Ciò che desta realmente preoccupazione, al di là dell’orrore per questo massacro, è lo schema politico in cui può essere stato compiuto.

Il dato evidente su cui riflettere è la scelta di sparare proprio sulla nave turca, ovvero su un naviglio dell’unico vero alleato (finora) di Israele in Medio Oriente, con la conseguenza che la Turchia ha richiamato il suo ambasciatore e annullato le previste esercitazione congiunte tra le due forze armate.

2. Il pensiero corre subito all’accordo di mediazione negoziato con successo dalla Turchia e dal Brasile con l’Iran. Questo accordo prevede, come conseguenza del suo impianto, l’automatico consenso da parte iraniana alla contabilità dei suoi stock nucleari da parte dell’AIEA.

Con ciò mettendo definitivamente la parola “fine” alla “minaccia nucleare iraniana” (seppure c’è mai stata).

Salutato con un plauso da Mosca, Washington si è invece precipitata a bocciare l’accordo, anche se con un evidente imbarazzo, perché esso non si discosta di molto da quello proposto dagli Stati Uniti stessi.

Ciò che ha irritato gli USA è vedere un ulteriore sintomo della diminuzione della propria leadership mondiale e l’emergere sempre più evidente di linee di forza geopolitiche che sfuggono al suo controllo, sotto lo sguardo compiaciuto di Mosca e di quello sornione di Pechino.

3. Ma cosa mette invece in “imbarazzo” Israele?

Da molto tempo sostengo che questo Stato sta iniziando ad essere preso dalla disperazione di veder chiudere progressivamente le finestre geopolitiche che gli permettevano di accarezzare l’idea di poter conquistare l’intera Palestina (progetto dei sionisti sia di destra sia di sinistra - ci pensi chi crede ancora alla favola dei “due popoli-due

stati”) e parallelamente di diventare la potenza militare ed economica egemonica del Medio Oriente; cosa che qualora attuabile, lo era forse quando i suoi protettori a Washington erano anche la potenza egemonica mondiale. Ma è proprio questa condizione che è messa vieppiù in discussione, sia sul lato economico sia sul lato più propriamente geopolitico.

In questa situazione Israele potrebbe essere tentata da uno di quegli “atti di follia” e da quella “furia cieca” che già nel 1954 costantemente minacciava, a difesa degli interessi di Israele, il ministro della difesa Pinhas Lavon (appartenente al Mapai, cioè al “Partito dei lavoratori della Grande Israele”, simbolo un martello e due piccole falci a formare la lettera “aleph” e due spighe di grano, non ad un partito di destra).

In questa stessa ottica possiamo oggi interpretare le minacce che Israele ha fatto deliberatamente pronunciare, in varie interviste nel febbraio 2003, a Martin Van Creveld, docente di storia militare all'Università Ebraica di Gerusalemme. Eccone una sintesi con le sue stesse parole:

«Le nostre forze armate non sono la trentesima forza mondiale, sono la seconda o la terza. Abbiamo la capacità di trascinare giù il mondo con noi. E posso assicurarvi che questo accadrà, nel caso si crolli nell'abisso».

In altri passi il professore rivelava simpatici piani di bombardamento atomico israeliano su Roma.

4. E’ chiaro che Israele non può sopportare che attorno alla Striscia di Gaza governata da Hamas si crei un clima di solidarietà internazionale.

Hamas è una spina nel fianco della corrotta e collaborazionista Autorità Palestinese, e quindi di Israele stesso e dei suoi piani; una spina nel fianco che ormai è sostenuta anche dai laici (come succede con Hezbollah in Libano). In una conferenza dell’anno scorso a Roma, un importante intellettuale palestinese che conosco da anni, da sempre ultralaico, faceva finta di impappinarsi sul nome di Abu Mazen: “Il presidente dell’Autorità, quello della Cisgiordania ... Abu ... Abu ... come si chiama?”.

Questo è un fatto. Ma oltre questo fatto, cosa significa questo criminale “avvertimento” alla Turchia che rischia la rottura diplomatica tra i due Paesi? Perché mentre la Marina israeliana attaccava la Mavi Marmara, saltava fuori che Israele sta per inviare tre sottomarini nucleari nel Golfo Persico, davanti all’Iran?

Israele agisce secondo schemi concordati con gli USA o ha intenzione di cantare fuori dal coro? Perché il fine geostratega statunitense Zbigniew Brzezinski, lo scorso settembre sul “Daily Beast” ha suggerito al presidente Obama di avvertire chiaramente Israele che se tentassero di attaccare i siti delle armi nucleari (sic) iraniane la U.S. Air Force dovrebbe fermarli?

A pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina, diceva Andreotti.

Stiamo allora molto attenti e, soprattutto, cerchiamo di disinnescare la bomba atomica vagante.

di Piotr

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