21.12.09

Chi ha ucciso l’economia?

Qualcuno di voi sa perché il senatore repubblicano e texano Phil Gramm merita un posto nella storia?

Se proprio non ricordate qualcosa, prendetevela con i giornali. Perché è davvero difficile che una persona non addetta ai lavori sappia o ricordi che cosa stabilì il Gramm-Leach-Bliley Act, approvato nel 1999 negli Stati Uniti d’America. Eppure, se si dovesse indicare un singolo evento per spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi, l’entrata in vigore della proposta che recava come prima firma quella del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresenterebbe una delle scelte più azzeccate.

È in quel momento, infatti, e anche grazie a ben due iniziative di Gramm, dopo anni di battaglie a favore della deregolamentazione e del liberismo più spinti, che gli Usa, e di conseguenza anche il mondo, decidono di mettere da parte una delle lezioni tratte dalla crisi delle borse del 1929, dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressione,
dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

La prima lezione del 1929 riguarda il protezionismo: mai rispondere ad una crisi finanziaria con l’innalzamento delle barriere tra paese e paese.
Invece di fornire il respiro necessario alla ripresa, un atteggiamento di chiusura riduce l’attività, crea un avvitamento.

La seconda lezione riguarda la liquidità: nel fronteggiare una crisi finanziaria il rigore nella distribuzione della moneta rischia di essere mortale, perché sottrae preziose munizioni alle banche, la cui crisi – considerate le innumerevoli connessioni con i diversi attori dell’economia – può far saltare l’intero sistema, comprese le industrie sane e le famiglie. Di queste lezioni si è fatto tesoro nel momento di affrontare altre difficoltà.

Nel 1987, quando gli indici azionari di Wall Street calano in un solo giorno del 23 per cento, la Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, fornisce al mercato la liquidità necessaria per evitare ulteriori danni.

Nel 1989, di fronte al fallimento del sistema delle casse di risparmio, il governo federale Usa interviene prontamente per un salvataggio pubblico. Quando scoppia la bolla di Internet e soprattutto dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, nel settembre del 2001, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, taglia i tassi di interesse per rendere il denaro da prendere in prestito sempre meno caro.

Lo stesso si sta facendo oggi.

La lezione dimenticata riguarda invece le regole ed i controlli sulle banche.

Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi porta gli Usa e molti altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su tre punti fermi: controllo sulle aziende di credito; netta divisione tra banche commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e viceversa.

Due esempi per tutti: nel 1933 la legge Glass-Steagall negli Usa e, nel 1936, la legge bancaria italiana.

In parole povere, il comportamento delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro, a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia portò alla nascita dell’Iri), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza.
Questo atteggiamento non viene meno con la guerra. Anzi, sul finire del secondo conflitto mondiale, l’idea che siano necessarie regole, controlli, certezza della stabilità e presenza forte dello Stato viene utilizzata non solo nel settore bancario, ma per tutta l’economia, a cominciare dal punto fondamentale: la moneta.

Nel 1944, a Bretton Woods, viene concordato un nuovo ordine monetario mondiale che stabilizza i cambi mettendo al centro del sistema il rapporto fisso tra dollaro e oro.
Il sistema delle regole e dei controlli, da un lato per le banche e le società finanziarie, dall’altro per le monete, garantisce per alcuni decenni una sostanziale stabilità all’economia mondiale. Poi, in due distinte fasi, viene ribaltato.

In una prima fase viene superato il sistema dei cambi. Nella notte tra il 14 ed il 15 agosto del 1971, il presidente Usa, Richard Nixon, dichiara unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, permettendo così agli Usa – appesantiti dalle spese per sostenere la guerra nel Vietnam – di affrontare le nuove difficoltà senza l’impaccio delle regole monetarie.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente Ronald Reagan e sulla spinta della scuola degli economisti di Chicago, ma poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democratica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo prende il via un’ulteriore fase: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre di più. Una spinta che si incrocia con la rivoluzione tecnologica, con lo sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.

Deregolamentazione e privatizzazione diventano parole d’ordine nel mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immobilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio impongono negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatizzare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia, come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, è che il capitalismo libero da ogni controllo è e sarà la scelta migliore. Ed è a questo punto che entra in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la legge Gramm-Leach-Blibey abolisce la vecchia legge Glass-Steagall del 1933. L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riesce a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il provvedimento viene firmato da Clinton il 21 dicembre del 2000. Ed è una bomba ad orologeria: il Cfma sottrae quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.

È grazie a questa seconda fase di deregolamentazione che si sono potuti moltiplicare, e senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati trattati fuori dalle borse: dal 2000 al 2007 si è passati da un valore stimato
pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, che equivale a un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le garanzie? Di fatto, tutto viene ritenuto possibile sulla base dell’idea che il mercato abbia al proprio interno, per sua natura, meccanismi di sicurezza.

Ma anche nella presunzione che le grandi banche di investimento rimaste negli Usa fuori dal controllo stringente della Federal Reserve, così come i nuovi, raffinati ingegneri della finanza, siano ormai così bravi da garantire da soli, senza bisogno di lacci e lacciuoli, il miglior funzionamento del mercato e la sicurezza degli investimenti. Lehman Brothers, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della finanza mondiale: avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura. Un esempio per tutti.

Il fatto straordinario è che di questi passaggi, delle iniziative legislative con le quali Gramm, ma potremmo dire anche Bill Clinton, smontarono il sistema dei controlli che fino ad allora avevano fatto degli Stati Uniti uno dei paesi più trasparenti e sicuri dal punto di vista finanziario, tranne poche eccezioni, non ne parla nessuno. Se ne trova qualche traccia negli articoli di Luciano Gallino su Repubblica, in un articolo di Roberto Seghetti su Panorama e appena una citazione in un paginone pubblicato da La Stampa (ma Gramm è l’unico ad essere citato senza foto) con la lista di tutti i possibili colpevoli.

La ragione? Ve ne sono diverse.

Sicuramente, pesa un po’ di ignoranza. È più semplice parlare delle persone più conosciute, di coloro sui quali trovi montagne di ritagli negli archivi. Uno di questi è Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, altro colpevole, certamente, ma appunto più conosciuto perché è stato in primo piano sul palcoscenico mondiale ed è un personaggio che i giornali di tutto il mondo hanno amato o odiato.

Un altro motivo può essere la mancanza di teatralità, si potrebbe dire di colore, di un eventuale articolo su uno sconosciuto senatore texano.

Ma forse c’è qualcosa di più. Forse ha giocato un ruolo decisivo anche il comodo appoggiarsi alla vulgata dei più togati commentatori, economisti, banchieri, grandi industriali, esperti di vario genere, tutti d’accordo in fondo che non occorra dar troppo fastidio a coloro che fanno affari.
Perché prendersela con Gramm o con Bill Clinton, se per tutti resta necessario lasciare ai banchieri, ai finanziari, agli industriali mani libere?

Leggete bene i nostri quotidiani: guai a coloro che pensano di reintrodurre controlli veri, ficcanti, sui movimenti di denaro. Di che cosa si discute nei fondi e negli editoriali dei principali quotidiani nazionali in mezzo alla crisi provocata dalla voracità e dalle malefatte dei finanziari e dei banchieri di mezzo mondo, crisi che stiamo pagando tutti? Della riforma dei contratti di lavoro, della riforma delle pensioni, della flessibilità del mercato del lavoro e della necessaria protezione per coloro che, per salvare le imprese, bisognerà buttare fuori dall’impiego. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in altri momenti fautore di una politica considerata dall’opposizione fantasiosa, oggi cita regole, controlli, ritorni a un’occhiuta vigilanza, e se la prende con i banchieri e i finanziari. I giornali ne riportano le dichiarazioni, con enfasi. Ma poi si fermano lì, non vanno a fondo.

Come dire, nella stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi bancari, finanziari e industriali del paese, così come sui mezzi dei principali paesi ricchi, sembra che sia disdicevole proporre di rendere gli affari davvero trasparenti. Pensosi fondi avvertono i rischi di un’eventuale nazionalizzazione delle banche (che priverebbe gli azionisti dei loro poteri) e invocano invece la salvezza con un esborso massiccio di risorse sottratte ai contribuenti.
Si continuano a sparare titoli a tutta pagina contro la criminalità organizzata. Ma si continua anche a guardare con comprensiva partecipazione l’industriale o il banchiere che ha aggirato le regole (notizia che finisca a pagina 35).

È in questo contesto, insomma, che nasce il sospetto di un’omissione e di una superficialità voluta. Raccontare come Gramm o Bill Clinton, hanno contribuito a smontare le regole, permettendo una crescita esponenziale della ricchezza finanziaria a favore di pochi e a danno di molti, non ha appeal.
Parlare di controllo sui movimenti di denaro fa storcere il naso. Vuoi mettere invece il plauso che puoi ottenere dai principali azionisti del tuo giornale se, proponendo l’estensione della cassa integrazione ai giovani precari, come si conviene a chi ha buon cuore, ipotizzi pure il superamento dello statuto dei lavoratori?

di Bankor Jr.

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