28.12.09

Il pessimismo italiano è frutto della colonizzazione del paese



Qualche anno fa, credo, ho scritto nel vecchio blog un articolo che si intitolava “in morte di un amico”. Si riferiva ad una persona di una certa eta’ (credo che vada per i 70) che di recente ha smesso di lavorare nella sua officina per godersi il riposo della pensione. Il problema e’ che da quel momento e’ stato sottoposto agli strumenti piu’ mortiferi della cultura italiana contemporanea, che sono la politica e la cronaca. Decine di minuti al giorno di politica e cronaca hanno, come avevo temuto, avvelenato il suo cuore fino a trasformarlo in uno di quelli che chiamo “cantori di morte”.

Il cantore di morte passa tutto il tempo che ha a decantare “tutto il male che si sente oggigiorno” , elencando minuziosamente ogni cosa brutta , ogni disastro, ogni incidente, ogni crimine, e vedendo in loro i segni di un apocalisse senza speranze. Milioni di anziani, esposti a questa mostruosita’ mediatica, si sono trasformati in un orribile coretto sepolcrale, il quale canta la morte del paese, canta la fine di ogni speranza, la disperazione e l’attesa della morte.

Questo osceno, blasfemo vociare di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV sta uccidendo un paese, sta cancellando la speranza, la volonta’, l’entusiasmo dagli occhi dei nostri figli, tanto che spesso molti giovani il cui spirito e’ stato inghiottito da questo abisso di fango si uniscono a loro volta al coro di morte.

Secondo questo orribile coretto della decomposizione umana , puzzolente di dentiera e piscio, non c’e’ speranza alcuna. Ogni cosa e’ corrotta e miserabile, e anche qualora si scorgesse qualcosa di buono nel paese, ci sarebbero sempre mille difetti con cui stritolare ogni speranza. Per queste carcasse ambulanti, ormai prive di futuro e vita, il paese ha lo stesso loro futuro: aspettare la morte di fronte alla TV. E finira’ di sicuro cosi’, se lascieremo che la loro oscena voce continui ad oscurare il cielo, volgendo ogni cosa alla rassegnazione ed alla disperazione.

Essi dicono di parlare cosi’ perche’ amano il paese, ma non bisogna farsi ingannare : essi amano un paese che non c’e', ne’ saebbero capaci di costruire, essendo votati solo alla morte e alla disperazione. Potete andare in giro per le citta’ con carta e penna; cio’ che vedrete forse non vi piacera’, ma esiste e qualcuno lo ha costruito. Segnate pure ogni cosa vedete, e scommetto quanto volete che nessuno di questi cantori di morte e’ tra quelli che hanno costruito, semmai erano troppo impegnati a criticare e a svilire per fare qualcosa di buono. Chi e’ contro e’ fuori, e chi e’ fuori non partecipa alla costruzione del futuro.

Essi dicono di amare il paese, ma quello che fanno e’ amare un paese che non c’e', e con questo pretesto odiano quello che c’e’.

Nulla di quanto esiste e’ buono , o anche soltanto accettabile, per i cantori di morte. Sentirete parlare di treni in ritardo mentre viaggiate su un treno in orario, sentirete parlare di malasanita’ da gente che e’ stata curata negli ospedali italiani, e anche qualora questi cantori di morte abbiano di fronte agli occhi qualcosa di buono, cosi’ da non poterlo negare, vi risponderanno che all’estero e’ meglio, quindi cio’ che abbiamo noi e’ una merda. Per definizione.

Essi dicono di dire la verita’, ma si tratta di una verita’ ben strana, nella quale un esempio di malasanita’ vanifica milioni di persone curate ogni anno, una sola ambulanza che non arriva in tempo vanifica il lavoro di milioni di persone , un solo treno in ritardo vanifica migliaia di treni in orario. E’ la verita’ della morte, la verita’ di chi non accetta un mondo dopo di lui, il futuro di una generazione di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV.

Questo osceno coro, questa selva di bocche buie come tombe, questo fetore di morte che ci viene alitato sopra in continuazione sta uccidendo ogni speranza, spegnendo ogni luce, sta togliendo all’italiano il potere di pensare bene di se’ stesso.

Seguendo la triste litania cantata da queste carcasse, da questi traditori, persino molti giovani si sono convinti di essere condannati perche’ italiani, di essere condannati perche’ italiani, di essere segnati dal fatto di essere italiani che vivono in Italia, come se una maledizione incombesse sulla penisola, senza rendersi conto del fatto che la maledizione consiste proprio nel coro di coloro che cantano continui salmi di morte per il paese.

Si tratta di un male antico, la cui genesi posso riconoscere nelle parole di Palmiro Togliatti: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano»(1)

Su questo salmo di morte era incentrata la prima propaganda dell’opposizione italiana: far apparire il paese come una miserabile distesa di mandolinisti, incapace di funzionare da se’ tranne nel caso qualcuno non intervenga da fuori a dirigere le cose. Nella mente di Togliatti e della propaganda comunista si trattava ovviamente di Stalin , ma questa propaganda non era solo interesse dei comunisti.

Anche le potenze anglosassoni vincitrici avevano il medesimo interesse a sminuire e togliere la speranza agli italiani, cosi’ lasciarono fare alla propaganda del PCI. Ogni singolo difetto del paese veniva ingigantito, sviscerato ben piu’ di quanto si faccia in qualsiasi altro luogo del mondo, allo scopo di dare ai cittadini italiani la sensazione che senza il “nuovo sistema ” non ci fosse speranza, che tutto fosse vano, che non ci fosse alcun futuro.

Alimentare questa disperazione era, del resto, uno dei capisaldi della propaganda rivoluzionaria: ogni problema, anziche’ essere risolto, andava amplificato mediante la propaganda fino a diventare motivo di tensione estrema, estrema e violenta, in attesa dell’inevitabile scintilla che avrebbe fatto scoppiare l’agognata rivoluzione.

Dal lato anglosassone, questa propaganda era forse invisa nei fini, ma era assai utile come mezzo, dal momento che la stessa sfiducia e la stessa mancanza di speranze era utile per convincere le elite italiane ad abbandonare ogni residuo di italianita’ e convertirsi alla nuova religione del chewing-gum e delle barrette di cioccolato. Anche con l’aiuto della propaganda comunista e della sfiducia e della disperazione da essa portata nel paese, gli alleati poterono contare sulla “conversione” delle elite culturali ed economiche italiane: essi mandavano i figli a studiare all’estero, ascoltavano musica straniera come segno di superiorita’, e il processo era cosi’ penetrante che l’intellettuale pedofilo(2) Pier Paolo Pasolini, alla ricerca spasmodica della vera “italianita’ ” non sapeva indicare altro che non fosse l’italia piu’ ignorante ed arretrata; i ceti alti si erano gia’ convertiti alla nuova religione anglosassone.

L’oscena litania e’ continuata per 50 anni, al punto che i giornalisti si dividevano in due tipi diversi; quelli impegnati e di sinistra erano quelli che amplificavano , ingigantivano e svisceravano ogni piccola imperfezione del paese, trasformandola in una piaga epocale; gli intellettuali di sinistra si distinguevano dagli altri per le loro manie apocalittiche, ogni cosa non fosse voluta e guidata dal sole dell’avvenire (e da loro medesimi) era immancabilmente marcia e corrotta, segno evidente della fine.

Questo assurdo pessimismo divise il paese in tre parti.

I primi erano coloro che erano davvero imbevuti di questa orrenda propaganda antinazionale, e che aspettavano speranzosi il sole dell’avvenire, la rivoluzione e il nuovo mondo, cioe’ il socialismo reale. Essi ingigantivano e propagandavano ogni notizia maligna e avvilente, per aumentare la tensione nella speranza che una scintilla facesse scoppiare la rivoluzione.

L’altra parte era altrettanto convinta che il solo fatto di essere italiani e vivere in Italia fosse una maledizione senza uscita, ma non credeva nel sistema sovietico, identificandosi piuttosto con gli ariani del mondo , sforzandosi di imitare modelli di importazione, acquisendo una cultura per loro innaturale e incoerente con la propria storia; essi si trasformarono in quel mondo di intellettuali atlantici che predicavano allo stesso modo del PCI l’assoluta incapacita’ dell’italiano di fare qualcosa di buono se lasciato a se’ stesso(3), da cui la necessita’ di una guida anglosassone.

La terza categoria era fatta di coloro che per limiti culturali non potevano assorbire nessuna delle due propagande; come rappresentanti di un’Italia arcaica e passatista essi non avevano dubbi sulla possibilita’ degli italiani di continuare ad andare avanti secondo le usanze millenarie del paese, il vero problema erano proprio queli limiti culturali che li rendevano immuni dalla propaganda. Essi non capivano i comunisti quando disprezzavano usanze secolari, quelle stesse tradizioni ed usanze che avevano funzionato benissimo nello scandire la vita dei loro avi, dei loro nonni e dei loro padri. Nello stesso tempo non potevano capire questi mmericani, con le loro mode compulsive, le loro puttane e i loro vizi.

Sfortunatamente, proprio questi limiti facevano di loro il facile zimbello di chi voleva colpire l’italianita’: trasformati dai modelli anglosassoni o sovietici i ricchi, attratti i borghesi , i custodi dell’italianita’rimanevano proprio i ceti deboli, facili da sfottere, facile bersaglio di chi volesse deridere l’ italiano in quanto tale. Fortunatamente una forte base provinciale resisteva ancora, e la piccola borghesia , operosa fino al parossismo, era ancora conservatrice e limitata abbastanza da non sentire ne’ le sirene sovietiche ne’ quelle angloamericane.

Questo equilibrio tra i mondi duro’ fino agli anni del 1968. Inizialmente il PCI fu ostile a questa cultura che veniva pur sempre dal mondo anglosassone, ma poi si rese conto di come la “protesta” fosse un ottimo espediente per propagare anche tra i giovani e gli universitari la convinzione che nulla , in Italia , fosse degno di sopravvivere, che tutto fosse da cancellare, e che nella cultura italiana, nell’ italianita’, non ci fosse nulla di buono.

Dal punto di vista anglosassone fu importante perche’ diffondendosi tra i figli dei piccoli borghesi, dei negozianti e dei primi ceti medii, esso completava la colonizzazione culturale del paese. Tutti coloro che uscirono dal 1968 uscirono da un periodo nel quale si discuteva sul modello da sostituire all’italianita’, se quello sovietico, o piuttosto il maoismo, o la cultura angloamericana; la radice comune era la convinzione che nella cultura italiana tutto fosse comunque sbagliato, e che gli italiani se lasciati a se’ stessi non potevano fare nulla di buono, limitati dalla loro stessa italianita’.

Il tradimento verso il proprio paese fu di tale portata che solo i ceti davvero bassi rimasero portatori di quel che rimaneva dell’italianita’, ovviamente solo quella peggiore e degradata dei bassifondi; essi erano funzionali alla propaganda antinazionale , al punto che di fronte a qualcosa di buono le persone erano orgogliose di essere occidentali, mentre di fronte a qualcosa di brutto si vergognavano di essere italiane.

Questo cinquantennio di propaganda, che ha insegnato come qualsiasi cosa venga da fuori del paese sia migliore e come qualsiasi cosa all’italiana sia peggiore , ha condizionato le menti delle persone a tal punto da portarle ad un trasfer completo; persino dichiarare una banale evidenza come “l’Italia e’ un paese latino”, che per gli stranieri e’ lapalissiana, trova negli italiani sguardi perplessi. Ma come, i latini non sono sudamericani e spagnoli? L’opera di lavaggio del cervello e’ stata cosi’ radicale e profonda che e’ avvenuto quello che Freud chiamava Transfer, e l’italiano si autoattribuisce un’identita’ “occidentale” inesistente, rifiutando un’evidenza storica incancellabile, cioe’ quella di essere un paese latino.

Cio’ che nessuno si aspettava, pero’, era la rivincita di quelli che sembravano destinati alla scomparsa definitiva. Quei residui di italianita’ che tanto erano disprezzati, nel frattempo, si spezzavano la schiena di lavoro, diffidavano delle sirene proletariste come di quelle anglosassoni, entrambe viste come un nemico , perlomeno come crudeli signorotti snob che li additavano ad esempi di miserabile italianita’.

Abituati a lavorare sotto la frusta di padroni ben peggiori, abituati al disprezzo dei ceti piu’ alti, abituati ad essere additati quali residui arcaici del passato, gli ultimi autentici italiani rimasti nel paese si sono spezzati la schiena per cinquant’anni, come solo una classe sociale di servi sa fare. Ma lo hanno fatto in un’economia molto diversa da quella tradizionale. Abituati a vivere senza speranza hanno lavorato come bestie senza lasciarsi avvilire dalla propaganda , abituati ad essere chiamati ignoranti sono rimasti se’ stessi senza lasciarsi disturbare dal dileggio molto british delle classi dirigenti benvendute.

Oggi sono una massa furente di persone che non ha MAI accettato quella propaganda , che ha stretto i denti di fronte alla disperazione portata avanti dalla propaganda del PCI, sono una popolo che dell’italianita’ ha conservato la parte peggiore (del resto spettava ad altri conservare quella migliore, non e’ a loro che va attribuito questo fallimento) , ma rimangono oggi gli unici italiani presenti.

C’e’ una sola piccola sfortuna: abituati a stringere i denti e a lavorare , anche nel disprezzo delle classi superiori e nella disperazione apocalittica cantata dai ricchi intellettuali molto in voga tra i radicalchic, questi italiani si sono arricchiti. Lavorando come bestie, a denti stretti, hanno raggiunto lo status di “parte produttiva del paese”.

Essi sono rabbiosi, desiderano vendetta (o forse giustizia) per quasi sessant’anni di umiliazioni da parte di coloro che , in nome della nuova cultura (anglosassone o sovietica) li aveva disprezzati perche’ troppo italiani.

Oggi non e’ piu’ facile come un tempo deriderli, specialmente quando sono loro i titolari dell’azienda ove lavorano come precari i figli laureati di coloro che fino a qualche anno fa li schifavano come pezzenti. Perche’ questa e’ la verita’: quello che dispregiativamente oggi viene definito “la pancia del paese” e’ fatto da coloro che per mezzo secolo sono stati disprezzati dai “migliori”. I vostri preziosi figli che sanno l’inglese e hanno la cultura alta stanno facendo i precari , le vostre figlie colte e laureate stanno sculettando e facendo le escort per questi , gli ultimi italiani del paese, o meglio, quelli che non hanno mai tradito il loro paese.

Non sento le voci che li accusano di essere ignoranti; essi sono semplicemente la parte meno sviluppata del paese che ha avuto una rivincita economica; non era loro il compito di portare avanti la cultura alta; se essa e’ scomparsa lo si deve a chi con un colpo di spugna l’ha sostituita con la cultura dei vincitori. Loro hanno resistito a denti stretti, e se le classi alte avessero fatto lo stesso oggi la cultura italiana sarebbe sopravvissuta anche nelle sue componenti piu’ alte. Ma gli unici che stringevano i denti, lavoravano come bestie e tiravano dritto erano loro. Chi e’ causa del suo male, pianga se’ stesso.

Oggi, i cantori di morte hanno i giorni contati. Questi ultimi italiani sono rabbiosi, desiderano rifarsi di cinquant’anni di umiliazioni. Sono ricchi, e hanno i mezzi per andare al potere e mantenere il potere stesso. Non ascoltano le sirene disfattiste; se non capiscono il concetto, se anche non sanno analizzare la propaganda postsovietica delle sinistre , per istinto sanno riconoscere quella disperazione indotta contro la quale hanno lavorato e stretto i denti per anni. Per istinto sanno riconoscere quel sistema di sperpero vizioso che e’ il mondo anglosassone, e sanno prenderne solo la parte che gli interessa, cioe’ quella che va di moda. Ma rimangono uguali a se’ stessi, anche se dopo cinquant’anni a stringere i denti il loro sorriso sembra ormai un ringhio rabbioso.

Oggi i cantori di morte hanno i giorni contati, e non credo, in coscienza, che valga la pena salvarli.

Chi tiene un blog dovrebbe forse deriderli ed evidenziarne l’ignoranza, ma io non riesco. Non riesco perche’ vengono da una storia di classe che non assegna A LORO il compito di salvare la cultura alta. Se essa e’ scomparsa, la colpa non e’ loro. Loro hanno conservato cio’ che avevano, al punto che oggi sono gli unici italiani rimasti. Accuso semmai le elite di aver gettato da parte troppo frettolosamente la cultura italiana per piegarsi a quella dei vincitori.

Dovrei forse stigmatizzare la loro rabbia e la loro violenza interiore. Eppure quella rabbia e quella forza genuina hanno permesso loro di resistere a mezzo secolo di tortura sociale, un interminabile supplizio di esclusione e derisione messo in opera dal mondo “moderno” , dagli “emancipati”, una mostruosa macchina da umiliazione cui hanno resistito per decenni lavorando e stringendo i denti.

Dovrei avere paura della loro violenza. Ma non ne ho. Non so se uccideranno migliaia o milioni, e onestamente non mi interessa. Chi oggi fa parte del coro dei cantori di morte e’ gia’ morto nello spirito, e rappresenta solo una carcassa che cammina; nel fallimento del sistema culturale ed economico anglosassone quelli che sono stati i padroni del paese hanno partorito e mandato a scuola i futuri schiavi, e i figli dei colti e degli emancipati andranno ad elemosinare uno stipendio da fame dai nuovi ricchi, le loro figlie andranno a prostituirsi dai nuovi padroni, i vecchi italiani, che frusteranno i loro figli colti e laureati e scoperanno le loro figlie bilingui con il piacere che viene dalla rivincita. Come biasimarli?

Ho ancora in mente la lettera di Celli, e so che cosa spero, nel profondo del cuore. Spero che venga cancellato fisicamente dalla storia del paese, che la violenza e la rabbia degli ultimi italiani si alzino e gridino “TACI!” a quel cantore di morte e disperazione che vuole spegnere le ultime luci negli occhi dei giovani , che glielo gridino con la forza dei giusti, e perche’ no, anche con la violenza degli oppressi.

Spero che questa “pancia del paese” divenga sempre piu’ forte, e che il loro stringere i denti si trasformi in un sorriso capace di gelare il sangue nelle vene al vecchio, a quell’Italia di importazione british, a quegli intellettuali di importazione sovietica, ai loro figli, ai loro nipoti.

Non penso sia giusto ne’ morale impedire agli ultimi italiani di riprendersi il proprio paese e di viverci, schiacciando quelle intellighenzie vendute e succubi dei vincitori della seconda guerra mondiale. Un secolo fa. E ancora non se ne vanno.

Le classi sociali piu’ disperate sono state la riserva indiana ove si sono salvati gli ultimi italiani. Oggi quelle classi sociali , grazie ad un lavoro sovrumano, sono riuscite a diventare la pancia del paese e ad andare al governo. Onestamente, devono rimanerci. Perche’ se lo sono meritato, e perche’ se ancora distinguiamo un italiano da un gallese lo dobbiamo a loro.

Il paese e’ loro. Se lo sono guadagnato.

So che prima o poi metteranno a tacere con la forza questi cantori di morte e disperazione. So che tapperanno con il piombo la bocca a tutti quelli che oggi cantano come se fosse una vittoria ogni male del paese, per attribuirlo a qualche odiato avversario politico.

Onestamente, dopo i cinquant’anni di tortura sociale che hanno subito, non riesco a non vedere una giustizia in tutto questo.

Personalmente, volgero’ gli occhi dall’altra parte. Non sono disposto ad accettare la violenza dei cantori di morte, perche’ so che si tratta di una violenza fine a se’ stessa, di gente che sa solo cantare la fine del paese ma e’ incapace di costruire qualsiasi cosa.

Ma nei confronti della violenza di chi e’ stato vittima di cinquant’anni di tortura sociale , di derisione, di umiliazione , di emarginazione dai “salotti buoni”, non riesco ad avere pregiudizi.

Vogliono censurare il web e tutti si inalberano; dove eravate quando a loro, la pancia piena(4) del paese oggi al governo, non veniva permesso di aprire bocca perche’ non parlavano con accento abbastanza british, perche’ non erano laureati, perche’ portavano nella voce e nel corpo i segni di una vita di lavoro? Non li avete forse zittiti , derisi, emarginati da ogni dibattito per cinquant’anni, questi “ultimi italiani”? Ora sono diventati ricchi, e potenti, e ora zittiranno voi. Non riesco a vederci nulla di male.

C’e’ violenza e violenza. E quella delle ex vittime si chiama giustizia.

(1)XVI Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Mosca.

(2) Omosessualita’ e pedofilia sono due cose distinte. Proprio per questo Pasolini va definito pedofilo, e non omosessuale. Di lui si conoscono le frequentazioni di ragazzini giovani, ma non si conosce alcun amore per persone adulte dello stesso sesso. Se andiamo gridando che omosessualita’ e pedofilia siano cose diverse e distinte, allora Pasolini era un pedofilo, e non un omosessuale. Potrei sbagliare: mi si mostri allora un fidanzato/compagno di Pasolini, di lui almeno coetaneo.

(3) In realta’ sia angloamericani che sovietici ingerivano pesantemente nella politica italiana , per cui non lo sapremo mai, dal momento che l’ Italia fu tutto, tranne che “lasciata da sola”.

(4) Sono sempre stati, in fondo, la pancia del paese. Prima degli anni ‘80, erano la pancia vuota. Oggi sono la pancia piena. Curioso come un capovolgimento economico stravolga la cultura e la politica. E forse anche la storia.

by Uriel

1 commento:

Fabio ha detto...

Caro Uriel, ritengo la tua analisi della società italiana troppo semplicistica, ci sono i pessimisti, ci sono gli ottimisti ma dove metti i realisti?
la società italiana non è cosi divisa coem si crede, al governo cè l'ottimismo e il pessimismo , c'è chi dice che la crisi non esiste e chi da tutta la colpa agli extracomunitari infiltrando paura nelle vene della gente,esasperandola.
Basta vedere chi ha il controllo delle TV in Italia.
L'importante secondo me è far uscire il realismo e senza un informazione pluralista e corretta non ci potrà mai essere.
Senza realismo non cè miglioramento.